Se anche il brutto viene a noia.

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Brutto.

Eccolo qui il brutto che incombe.  E’ bastata una comparsata di due aspiranti e smutandate starlette all’ultimo festival del cinema di Roma, che subito l’idea è stata raccolta e immediatamente rivestita di alternative glamour.

Da chi?  Da Saint Laurent, che ormai da più collezioni porta avanti il vessillo di quello che nell’ultima stagione è stato definito “ugly chic”.

La volgarità definita e apprezzata da Diana Vreeland era ben altra cosa, ammettiamolo.   Era il frutto di uno spirito giocoso oltre che contro-corrente. Qui lo sguardo è blandamente perverso, ammicca e sfotte.  Ma soprattutto annoia.

Eccola la chiave di tanta cerebrale ricerca del brutto a tutti i costi: la noia.

 

 

Lieve come un velo, forte come una donna.

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Bello.

“Da film come ‘Hiroshima mon amour’ e ‘In the mood for love’ l’immagine bella e vagamente malinconica di una donna disegnata dall’amore struggente, da un’atmosfera di luci come lanterne che illuminano creando tanto chiaroscuro”.

Questo racconta Luigi Borbone della sua ultima collezione di alta moda per l’autunno inverno 2015-16.  Come sua abitudine, le ispirazioni sono varie: se da una parte c’è l’Oriente, dall’altra ci sono gli anni ’50 di Dior. Ma a dispetto di ciò che si potrebbe immaginare, regna su tutto una pulizia formale che si sbarazza di ornamenti retrò e facili orientalismi.

Ricordate quando in un precedente post a proposito di Margiela parlavo di scheletro portante riferito alla moda? Ecco, chi parla con scioltezza la lingua della couture sa bene cosa significhi: non è con il superfluo che si costruisce un’idea chiara.

Mi piace sempre più la donna immaginata da LuigiMaria, così tranquilla da concedersi abiti che non la nascondono; privi di impalcature difensive, privi di formalità inutili.

Una grande iniezione di leggerezza (finalmente).

 

L’avanguardia di Roma.

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Bello.

Le sfilate di alta moda parigina di questo inizio anno mi hanno delusa. Le ho trovate inutilmente pompose, prive di idee e ancor meno di sperimentazione. Un vero peccato mortale, considerando la quantità di denaro che mettono in gioco. Sembra stia prevalendo nella haute couture la logica che lentamente sta già uccidendo il pret-à-porter: quella del profitto ad ogni costo a discapito della creatività.

In una situazione dell’establishment così imbalsamata è possibile che voci nuove in contro-tendenza si facciano sentire, e mi pare sia quello che sta accadendo a Roma con la manifestazione AltaRoma, scampata per un soffio dall’essere cancellata e forse proprio per questo risorta più viva che mai.

E’ da un po’ di tempo che osservo il lavoro di LuigiMaria Borbone e questa sua ultima sfilata mi ha piacevolmente sorpresa: una collezione lontana dagli inutili virtuosismi, netta e concreta, ma insieme piena di riferimenti. Lo stilista manda in passerella una attualissima Giovanna d’Arco priva però di armature, disarmata e allo stesso tempo fortissima.

Così la descrive LuigiMaria: ..Una crociata non bigotta, che ama il lusso, ma non il barocco dei carrozzoni.

E’ facile intuire dietro al personaggio storico di Giovanna d’Arco le innumerevoli giovani donne che fanno parte di quella nuova tribù di nomadi di lusso, refrattarie alle convenzioni, spavalde ma anche consapevoli del rischio. Quelle come Pamela Des Barres, famosa groupie degli anni ’70 e altra Musa ispiratrice della collezione.

Mi è piaciuta la sintesi con cui lo stilista interpreta questo stile: pochi colori essenziali, forme asciugate da ogni esibizionismo, decori minimali e proprio per questo evidenti.

E’ possibile che l’avanguardia, in tempi in cui c’è abbondanza di tutto, sia la capacità di liberarsi dell’inutile. Una scelta che odora anche di piccola ribellione.

L’avanguardia è quella che lancia sassi in uno stagno, prima che tutti comincino a lanciare.

La GB come il GF.

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Brutto.

La Grande bellezza è un film furbissimo: ognuno può dirne tutto e anche il suo contrario, tanto Sorrentino le sue risposte le ha già belle che pronte.

Il film è noioso – Certo, è proprio lì che voleva colpire, far riflettere sulla noia mortale che attanaglia i privilegiati, il vuoto di emozioni..

E’ qualunquista – Ma appunto, il qualunquismo è una piaga dilagante, abbiamo bisogno di riflettere..

E’ troppo lento – E’ per far riflettere sull’esatto opposto, ossia la velocità con cui consumiamo tutto senza davvero viverlo..

E così via.

Ma secondo me non sono questi i maggiori difetti del film. Il vero pericolo è l’aver esportato ormai la decadenza come un marchio italiano. Essere diventati il capro espiatorio all’estero di difetti inconfessabili. Che non sono naturalmente solo italiani, ma noi ce li siamo addossati, pure con un certo autocompiacimento. Per far colpo.

Come il buffone di classe, che fa ridere tutti, tanto simpatico, ma alla fine è additato come il più ciuccio.

Se domani orde di turisti americani invaderanno Roma e le altre bellezze italiche, certo non sarà un male. Ma possiamo poi lamentarci se cercheranno ‘quella Roma’?

In fondo Sorrentino non ha avuto bisogno di cercare molto lontano. Guardateli i suoi protagonisti, sono gli stessi del Grande Fratello. Così cafoni e macchiettari, tronfi ma anche patetici.

E’ tutto un trucco, come dice Gambardella nel film.