Lo zen e la cruna dell’ago. (Part III).

16 air 2002

17 air 2002(ph. Maren Ollmann).  Coll. Air, Adriana Delfino

Bello?

Parlando di sartoria ho menzionato quasi tutti i sensi, tranne uno: il gusto.  Per quanto possa sembrare strano, anche lui è coinvolto. Le vecchie sarte usavano tirare i punti di imbastito con i denti, per poi sputarli in terra. Qualcuna li teneva in bocca e li masticava come fossero chewing gum.  Che dire poi della deplorevole abitudine di tenere gli spilli tra le labbra?  Quel sapore di ferro doveva essere vagamente eccitante, anche per la sensazione di pericolo che trasmetteva.  Circolano parecchie storie (o leggende) raccapriccianti di sarte che in un momento di distrazione avrebbero ingoiato spilli..

Ma tra tutte le abitudini che riguardano il gusto e la sartoria, quella che preferisco è il gesto di bagnare il filo con la saliva prima di infilarlo nella cruna.  Se si fa attenzione, si possono scoprire sapori diversi da filo a filo. Ma ammetto che la parte più bella non è tanto il sapore, quanto piuttosto quell’attimo di sospensione, di concentrazione che precede il risultato. C’è chi lo affronta con impazienza, chi con rassegnazione, chi invece, come me, come una pausa necessaria: come il punto che divide una frase dall’altra.

Ma mi accorgo di non aver menzionato abbastanza il senso dell’udito. Non è solo il suono delle forbici o della macchina da cucire che fanno da colonna sonora in sartoria. Una musica ben più intensa è quella che produce il movimento di ogni tessuto; a ognuno la sua.  Si è parlato spesso del suono cartaceo del taffetà, io però mi incanto al suono del voile quando lo si getta sul tavolo per stenderlo; è un suono lieve come un sussurro e mi fa pensare immediatamente a tutte quelle minuscole ali contratte nei bozzoli dei bachi da seta.

Mi capita di sentirmi fuori luogo e fuori tempo a fare il mestiere che faccio e a ragionarci sopra. Qualcuno la chiama già archeologia della moda!  E’ possibile che concentrati sul cucito nei nostri laboratori ci siamo persi l’attualità e siamo diventati, senza saperlo, dei pezzi da museo.

Sarà per questo che, come estremo atto di resilienza, a dispetto di quando si diceva che in sartoria il mestiere bisognava rubarlo, io insegno.

Mi capitano allievi di ogni età e provo a trasmettergli quel poco che ho imparato rubando o arrivandoci da sola dopo tentativi fallimentari. Poiché io non ne ho avuti, spero di essere un maestro almeno decente per qualcuno.  E spero, soprattutto, che altri (magari più bravi di me) facciano altrettanto.

Niente ha senso se non si trasmette ad altri. I successi più grandi che ho avuto finora, sono negli occhi dei miei allievi.

(Fine).

Hands maker.

hands 4

hands 1

hands 2

hands 3

Bello.

“La camminata eretta ha reso possibile lo sviluppo della mano e quindi la fabbricazione di oggetti, ciò che ha portato nella nostra specie a un’espansione del cervello”. (da Che ci faccio qui? di B. Chatwin).

Sono convinta che nelle nostre mani risieda una specie di secondo cervello che se stimolato a sufficienza, se “praticato”, può realizzare molto, addirittura a volte cose stupefacenti.  Anatomicamente parlando si tratta dello strumento più sofisticato che si conosca: capace di operazioni minuziose, dotato di una grande quantità di ossa, muscoli, terminazioni nervose.

Eppure questo magnifico strumento pare non essere tenuto nella giusta considerazione oggi. Leggo da una recente intervista a Mark Zuckerberg, l’inventore di Facebook:

“Uno dei nostri obiettivi per i prossimi 5-10 anni è spostare in avanti le capacità dell’uomo nell’apprendimento, nel linguaggio e nei principali sensi: vista e udito. Di gusto e olfatto invece, per ora ci occupiamo meno”.

Il tatto non è nemmeno menzionato.

Peccato, perché chiunque abbia osservato le fasi di crescita e quindi di apprendimento di un cucciolo di uomo, si sarà accorto che proprio il tatto, il gusto e l’olfatto sono i sensi predominanti attraverso i quali lui impara il mondo.

Mi accorgo di quanto poco il tatto venga tenuto in considerazione, e quindi l’utilizzo delle mani, durante i miei laboratori per i bambini. Molti di loro hanno difficoltà nell’uso delle forbici e di tutti gli strumenti che richiedono manualità fine.  Li invito a toccare i materiali e questo dapprima li stupisce un po’, poi, una volta scoperto il piacere di distinguere con le mani, quasi non vorrebbero smettere. Ma è significativo il fatto che il gesto di toccare sia sempre meno spontaneo.

Mi sono immedesimata in quella difficoltà quando, poco tempo fa, ho tenuto la mano destra inattiva a causa di un piccolo incidente. Ho realizzato quanto fosse idiota l’altra mano, non abituata, non stimolata a fare quotidianamente tutto quello che di norma faccio con la destra.

Nel mestiere di chi fa abiti, le mani sono naturalmente strumenti imprescindibili e credo sia possibile osservare il tipo di approccio tattile verso la moda anche attraverso i risultati ottenuti. E’ una cosa che ho preso in considerazione leggendo un passo delle “Lettres à un jeune couturier” di Gianfranco Ferrè, dove lui racconta di Christian Dior che, durante le prove degli abiti, non li toccava mai con le mani, bensì li tastava da lontano con la sua  bacchetta. Ferrè, al contrario, afferma: “Io amo manipolare i tessuti, amo toccarli, affondare le mani nei vestiti”.

La mia personalissima opinione al riguardo è che i vestiti di Monsieur Dior mi appaiono statici e distaccati, mentre la potenza architettonica degli abiti di Ferrè è materia in movimento.