Il lusso della povertà.

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Bello:

“Povertà è assaporare (non semplicemente ingurgitare in modo nevroticamente obbediente) un cibo: il pane, l’olio, il pomodoro, la pasta, il vino, che sono i prodotti del nostro paese; imparando a conoscere questi prodotti si impara anche a distinguere gli imbrogli e a protestare, a rifiutare. Povertà significa, insomma, educazione elementare delle cose che ci sono utili e anche dilettevoli alla vita. Moltissime persone non sanno più distinguere la lana dal nylon, il lino dal cotone, il vitello dal manzo, un cretino da un intelligente, un simpatico da un antipatico perché la nostra sola cultura è l’uniformità piatta e fantomatica dei volti e delle voci e del linguaggio televisivi. Tutto il nostro paese, che fu agricolo e artigiano (cioè colto), non sa più distinguere nulla, non ha educazione elementare delle cose perché non ha più povertà.

I giovani “comprano” ideologia al mercato degli stracci ideologici così come comprano blue jeans al mercato degli stracci sociologici (cioè per obbligo, per dittatura sociale). I ragazzi non conoscono più niente, non conoscono la qualità delle cose necessarie alla vita perché i loro padri l’hanno voluta disprezzare nell’euforia del benessere. I ragazzi sanno che a una certa età (la loro) esistono obblighi sociali e ideologici a cui, naturalmente, è obbligo obbedire, non importa quale sia la loro “qualità”, la loro necessità reale, importa la loro diffusione. Ha ragione Pasolini quando parla di nuovo fascismo senza storia. Esiste, nel nauseante mercato del superfluo, anche lo snobismo ideologico e politico (c’è di tutto, vedi l’estremismo) che viene servito e pubblicizzato come l’élite, come la differenza e differenziazione dal mercato ideologico di massa rappresentato dai partiti tradizionali al governo e all’opposizione. L’obbligo mondano impone la boutique ideologica e politica, i gruppuscoli, queste cretinerie da Francia 1968, data di nascita del grand marché aux puces ideologico e politico di questi anni. Oggi, i più snob tra questi, sono dei criminali indifferenziati, poveri e disperati figli del consumo.

La povertà è il contrario di tutto questo: è conoscere le cose per necessità. So di cadere in eresia per la massa ovina dei consumatori di tutto dicendo che povertà è anche salute fisica ed espressione di se stessi e libertà e, in una parola, piacere estetico. Comprare un un oggetto perché la qualità della sua materia, la sua forma nello spazio, ci emoziona.”

(Goffredo Parise1974)

Miu Miu: la bambina mette il broncio..

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Brutto.

Collezione Miu Miu SS 2014.  Quell’elemento dissonante che Miuccia Prada adora inserire nelle sue collezioni, qui deve averle preso la mano.  Lei dichiara spavaldamente che non ama fare dei bei vestiti, e non c’è rischio che si provi a smentirla.  Questa collezione dichiara al mondo che per essere in sintonia con quella moda ideologica, intellettual-snob che è il vessillo della corte della signora Prada, bisogna avere il coraggio di mettersi addosso abiti che nulla c’entrano con le stagioni e con una ormai vetusta idea di eleganza.

La collezione rispolvera gli anni ’70, tanto cari alla stilista, ma da un punto di vista effettivamente abbastanza inusuale.  La ragazza che scende in passerella fa il verso alla bambina di quegli anni: accollata, leccatina e terribilmente antipatica. E certo non bastano quegli improvvisi sprazzi di colore spiazzante per rendercela un poco più accettabile.. Il risultato è un po’ sclerotico, come se troppo perbenismo le avesse dato alla testa.

Quando poi la ragazza in questione si acconcia per la serata, sceglie abiti un poco più scollati, ma talmente rigidi da far dimenticare qualsiasi idea di leggerezza.  Aleggia su tutta la collezione questa idea di formalismo violato, ma mai fino in fondo, come a voler sottendere, che in fondo (ma proprio in fondo) quell’interno borghese non è tanto male.  Purchè si faccia parte del clan.  Of course.