Sylvio Giardina: tra innovazione e classicità.

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sylvio giardina the hip dress 1                                                       The Hip Dress – tribute to Elsa Schiaparelli

Bello.

Sylvio Giardina è uno stilista nato a Parigi ma con origini e formazione italiana. Formato alla scuola dell’alta moda romana: Gattinoni per la precisione, e queste sono esperienze che rimangono nel dna. Ma, come ho scritto più volte, l’alta moda non è completa là dove non c’è innovazione e sperimentazione e gli abiti di Giardina sono interessanti proprio perché scelgono la strada più difficile: quella della tensione verso il versante artistico.

Mischiare arte e moda è sempre una scelta azzardata, si cammina sul filo di lama: basta un niente per trasformare gli abiti in oggetti da museo o, al contrario, trasformare l’intento artistico in poca cosa. Ma non è questo il caso di Giardina, qui sembra che la scommessa sia vinta, siglata dall’affermazione: l’arte è l’ispirazione, la moda lo strumento.

Gli abiti che compongono l’ultima collezione sono dinamici, mescolano i consueti elementi sinuosi con pattern lucidi e tecnici. Tentano di trovare una nuova forma corporea, ma al contempo non negano il supporto; sembra quasi che in questo gioco di negazione e affermazione, mettano in luce una nuova plasticità.

Ma la cosa che più sorprende, dopo tutta questa complessità, è la semplicità con cui si immagina possano essere indossati.

Insomma abiti che dialogano con il corpo, in cerca di un equilibrio tanto difficile quanto infine possibile.

Le indecise di Dior.

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Bello?

Collezione autunno/inverno 2014-15 disegnata da Raf Simons per Christian Dior.

Si respira un’aria anni ’80 con la corrispettiva donna in carriera e come si conviene c’è molto, moltissimo nero. Ma poi improvvisamente, come un coup de thèatre arrivano lampi di colore accecante, resi ancora più strong da accostamenti stridenti.

Nella testa degli stilisti di ultima generazione deve essersi ormai formata l’idea che le signore amano l’incostanza. Sarà una maniera per sconfiggere la noia oppure un’esigenza figlia del multitasking a cui sono sottoposte? In ogni caso questa collezione racconta di donne alla ricerca di un nuovo significato da dare al termine stile. E nonostante qualcuno parli di una collezione riuscitissima, a me appare ancora un work in progress: persino Simons è alla ricerca di un suo proprio linguaggio.

Tra il passato di Christian e il futuro di Dior.

Marc Jacobs: il ritorno del guerriero stanco.

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Brutto.

Finita la fase Louis Vuitton, Marc Jacobs deve essersi fatto due conti in tasca e aver deciso che non è più tempo di grandeur. Dall’ultima sfilata per Vuitton a questa a suo nome sembra passata un’era piuttosto che solo pochi mesi. Dai fasti simil-belle époque siamo passati al pigiama di lanetta declinato in colorini sciapi.

Potrebbe essere un minimalismo di ritorno. Ma siamo proprio sicuri che si tratti di una buona idea? E che dire di quel rivangare gli anni ’70 in chiave geometrica e anche un po’ borghese?

Sinceramente credo che avrei fatto meglio a continuare ad ignorare le sfilate.

Visto e archiviato.

On aura tout vu 1Orfani di McQueen.

 

On aura tout vu 2Pastiche di Balenciaga e Gaultier.

 

On aura tout vu 3Matrimonio al gay pride.

 

Brutto.

On Aura Tout Vu hanno recentemente sfilato a Parigi, utilizzando per la loro alta moda qualcosa come: 12.000 elementi in resina, 40 mt. di LED, 5.000 cristalli e.. (aggiungo io) una quantità indefinita di luoghi comuni. Compreso quello che hanno dichiarato nelle interviste:

“Senza luce non c’è ombra e viceversa”.

Un soffio di luce.

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Bello?

Si chiama Audra Noyes questa stilista americana di stanza a Parigi. La sua collezione SS 14 è quasi tutta in bianco, realizzata in un materiale che non perdona: il voile.  Pur con alcune imprecisioni, il defilè appare discreto. Ancora più interessanti sono le incursioni in altri colori, dove il minimalismo lascia il posto a decorazioni e tessuti che sembrano volerlo contraddire. Quasi che la stilista stessa abbia timore di lasciarsi andare, di non essere sufficientemente cool.  Il risultato però è quello di far apparire le ultime uscite come schegge impazzite di una collezione che per il resto appariva compatta. Forse i germogli di una collezione successiva? O magari quel pizzico di trasgressione in rouge che mancava del tutto al candore virginale di tutto il resto dello show?

La solita schizofrenia della moda, mi verrebbe da dire, in realtà penso che si tratti più realisticamente di un po’ di confusione.

Aspettando l’astronave..

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Brutto.

Cosa è successo a Gareth Pugh da farlo propendere per una signorina alla Star Trek per la sua ultima sfilata? Dopo una collezione invernale decisamente promettente, mi sarei aspettata perlomeno che approfondisse il percorso appena intrapreso.

Forse ai fan del marchio quel cambiamento non deve essere piaciuto..  Peccato, perché questa repentina inversione di marcia sembra confusa, non si capisce dove vada a parare. In qualche uscita mi è sembrato di scorgere persino un antico Thierry Mugler.

Certo che l’attitudine ad interpretare il futuro non deve essere presa alla lettera..

L’ultima sfilata.

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Brutto.

Le sfilate ai quattro angoli del mondo che conta sono terminate e avendo messo un tempo sufficientemente lungo tra loro e il presente, mi sembra il momento adatto a qualche riflessione sparsa.

Per chi ancora si chiede a cosa servono le sfilate ci sarebbero un numero cospicuo di risposte e topos possibili, che sono poi le alternative proposte dai vari marchi o creativi.

C’è quello che usa il termine show in tutto e per tutto. e concepisce quei venti minuti scarsi come un exploit mediatico, capace di trainare, in mancanza o scarsità di altri argomenti.  C’è lo spettacolo che si avvale di mezzi più sostanziosi: arte in primis. Sotto sotto ambisce a diventare costume ed entrare a buon diritto nella storia dei cambiamenti. In realtà si serve dell’arte con fare da antico mecenate: io ti do, tu mi dai.

C’è poi chi intende la sfilata come un parto (doloroso appunto) e inscena travagli che dovrebbero essere pieni di pathos. Ma rimangono il più delle volte scatole vuote a testimonianza del ‘già visto’.  Ci sono i puristi del nudo e crudo: niente orpelli, siamo qui per vendere. Onesti certo, ma noiosi.

C’è la sfilata offerta come il fiore all’occhiello per schiere di fashionistas più concentrati sull’esibizione personale che su quanto avviene in passerella. La speranza, in questi casi, è quella di cavalcare un’onda corta, purchè sia.  Ci sono sfilate di rara bellezza compositiva, che comunque nulla aggiungono a un prodotto che parla da solo. In questo caso sembra che il defilè sia più o meno una prassi.  Ci sono sfilate fintamente divertenti, che strizzano l’occhio alla leggerezza, tirando in ballo la voglia di contrastare la crisi. Ma si intuisce che i primi a non divertirsi sono proprio gli ideatori.

Ci sono poi sfilate che tentano di rompere gli schemi. Difficile, se non impossibile. E’ probabile che sia proprio il mezzo che lo impedisce.  Attualmente c’è chi sta pensando a presentazioni per pochi intimi negli ateliers, come si faceva una volta. Trovo che sia ridicolo tornare indietro per andare avanti.

La questione è certamente anche economica: intorno alle sfilate girano un bel mucchio di soldi e l’indotto che collabora volentieri è notevole e variegato..  Io però resto ottimista, nutro speranze nelle proposte degli outsider, quelli che delle sfilate hanno già fatto bellamente a meno o quasi, trovando un loro modo originale.  Sperimentando magari un futuro ancora troppo lontano per tutti, non per loro.