Diesel: punto a capo (e ritorno) – Guerrieri di un coraggio piccolo.

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Brutto?

Pochi giorni fa Diesel ha festeggiato i 35 anni del marchio con una sfilata/show e un party esclusivo (tenete a mente l’aggettivo perché in questa storia nulla è come appare). Il parterre era affollato di vip in odore di trasgressione (!): Courtney Love, Asia Argento, Marracash..  L’evento non si è fatto mancare nulla: video artistico di Nick Knight, performance canora della rapper Brooke Candy condita da esibizione del seno nudo (massima trasgressione!).

In passerella sfilavano 100 ragazzi che ribadivano i tre ‘pilastri’ del marchio Diesel: pelle Rock’n Roll, denim e militare. Durante la sfilata non sono nemmeno mancate le trovate scenografiche: passamontagna con le orecchie di Topolino o creste punk e musica a palla. Insomma una bella abbuffata di stimoli sonori e visivi orchestrata dalla mano del nuovo direttore artistico del marchio, Nicola Formichetti, che, a detta di tutti i giornalisti, vanta come culmine del suo curriculum l’aver vestito Lady Gaga. E questo, a mio avviso, spiega già molto.

Formichetti racconta che con questo spettacolo si dà l’avvio a una nuova identità del marchio che d’ora in poi vuole essere una alternativa moderna e democratica al mondo del lusso oggi troppo inflazionato. E qui torna utile ricordarsi del termine “esclusivo” che con democratico fa un po’ a cazzotti. In passerella sfilano i soliti pezzi street-style che siamo ormai abituati a vedere addosso ai ragazzi di ogni città del mondo. Ma Renzo Rosso spiega che l’obiettivo è quello di rendere riconoscibile il marchio, con un Dna preciso. Quindi più un’operazione concettuale che di rinnovamento dello stile. Peccato che il risultato stilistico a me pare piuttosto commerciale; e tra concettuale e commerciale l’unico punto in comune è l’iniziale.  D’altra parte l’intento democratico e i rimandi a storie come quelle delle Pussy Riot o degli ambientalisti stonano non poco con la scelta della location in Laguna, luogo che mi fa pensare a ben altre storie e atmosfere.

Di contraddizione in contraddizione finisco con il guardare gli abiti. Me li immagino appesi alle grucce, finito lo spettacolo, spente le luci e la musica assordante.  Ecco, il punto è che tolto tutto il chiasso mi sembra che rimanga il solito armamentario di pezzi già visti, che restano certo attuali perché costituiscono ormai praticamente un classico.

Ma pretendo troppo se da un creativo che ha fama di grande eclettismo mi aspettavo di più?

Saint Laurent: i sogni finiscono all’alba.

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Brutto?

Me lo chiedo da un po’ e davvero ancora non so darmi una risposta chiara. Solo ipotesi, abbozzi di opinioni, ed è stimolante, lo ammetto.  Se Saint Laurent nel nuovo corso diretto da Hedi Slimane sia o meno la punta dell’iceberg di una nuova moda, non saprei dirlo, certo è che i segnali che arrivano non si possono ignorare.  Mi appresto a fare qualche considerazione sparsa, come i frammenti di un discorso che ancora non trova il bandolo della matassa..

La collezione che ha presentato Slimane per la primavera/estate 2014 raccoglie input da più luoghi: c’è il luogo del passato, quello dell’indimenticato Yves, con i pezzi storici rivisti e sporcati.  Ci sono le suggestioni del presente, snello e scomponibile. Poi c’è un’ipotesi di futuro, ed è su questo che la mia attenzione si concentra. Il futuro che Slimane intercetta è focalizzato sulla strada, che non significa streetwear; no, lui intende una moda realizzata e concepita da chi la strada la percorre davvero, con le sue incongruenze, la voglia di sbaragliare i luoghi soliti del buon gusto fino a raggiungere il crinale eccitante del kitsch.  Questa moda non teme giudizi, al contrario li provoca e se ne fa un vanto.  Sono le ragazzine che raccolgono le eredità delle madri e delle nonne e ne fanno polpette indigeste per quelli che la moda la fanno.  Eppure loro sono ‘il nuovo’.

Quello che mi salta all’occhio è quanto questa ‘nuova moda’ si allontani dall’idea di sogno. Quello che è sempre stato il luogo speciale per chi la moda la immaginava e per chi cercava di raggiungerla. Questa moda non ha bisogno di sognare, forse perché tutti i sogni sono stati sognati e ora la cosa migliore che possiamo fare è prendere in mano questa realtà e farla diventare onesta, credibile.  O forse perché i sogni di uno solo (che sia un couturier o uno stilista…) non bastano più. La pluralità si è fatta forte (anche presuntuosa), ha acquistato una voce che si fa sentire e che vuole sognare sogni personalizzati.

In ogni caso la strada è tanto vicina alla realtà da sembrare a prima vista un po scialba.  Solo a prima vista, perché poi scopri che l’esclusività non è scomparsa, si muove solo sotto mentite spoglie.   In fondo è una storia che si ripete: gli abiti di Chanel non venivano forse identificati come povertà di lusso?