A volte ritornano. (I bigotti).

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Brutto.

La notizia oramai è risaputa: la Rai, Radiotelevisione Italiana stabilisce il nuovo dress-code per i giornalisti che appaiono in video, con un’attenzione particolare per quelli di sesso femminile.  E la direttrice di Rai 3, Daria Bignardi, convoca immediatamente gli addetti ai lavori per puntualizzare che non saranno ammesse scollature, tacco 12, trucco, parrucco e accessori vistosi, nonché i tubini neri, giudicati troppo sexy.  Sobrietà è il nuovo diktat.

In questa frenesia neo-talebana sono ritenute sconvenienti anche le braccia scoperte, che notoriamente veicolano un’immagine altamente peccaminosa.

Sono molte le considerazioni che si potrebbero fare (e che sono state fatte già da altri), a me interessa piuttosto riflettere sul significato che questo restyling assume in termini di stile, appunto.

Su tutto questo nuovo corso aleggia una parola chiave, che non viene però mai menzionata, ma si intuisce immediatamente: buon gusto.

Che cosa significhi buon gusto, ce lo siamo chiesti fino allo sfinimento. Inutilmente, perché, a parte la retorica che si trascina dietro, il buon gusto semplicemente non esiste. Esiste quello che ognuno definisce come gusto personale. E infatti non faccio fatica a riconoscere dietro queste regolette appena emanate, il gusto personale della signora Bignardi e il suo radicalismo chic.

Il problema, da sempre, nasce quando una opinione personale diventa talmente invasiva e perentoria da venire confusa come una esigenza generale. E chi se ne fa portavoce, come il detentore di una verità diffusa.

Personalmente troverei adorabili, in televisione o altrove, acconciature vistose appoggiate sopra teste pensanti. Ma allora non si tratterebbe più di una operazione di restyling, che riguarda, si sa, solo una facciata. Allora si, potremmo parlare di un cambiamento; ma i cambiamenti costano fatica, richiedono coraggio, prevedono assunzione di responsabilità.

Molto meglio accontentare il parterre dei benpensanti, e in un sol colpo azzerare il tentativo di andare avanti anziché tornare indietro.

La moda racconta la televisione.

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Bello..

A Palazzo Madama, Torino c’è una mostra che sembrerebbe interessante: 1924 -2014 La RAI racconta l’Italia. Un racconto che passa attraverso gli abiti di scena di trasmissioni ormai storiche, varietà, balletti, festival di Sanremo.

La prima sala che accoglie i visitatori è decisamente un bel colpo d’occhio: sono in mostra quattro spettacolari abiti neri indossati da Mina e creati da Piero Gherardi.

Il resto della mostra (una quarantina di capi) staziona in giro per le sale tra mobili antichi e oggetti relativi ad un’altra mostra in contemporanea, senza che ci sia alcun legame tra le due esposizioni.  Questo inoltre consente agli organizzatori di pretendere un biglietto niente affatto a buon mercato: 12 euri.

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Peccato, perché l’argomento ritengo che avrebbe meritato un respiro ben più ampio e un approfondimento anche attraverso foto di scena, video di repertorio e scritti esplicativi decisamente più documentati.

Affari di costume: flop star alla ribalta.

Selasi e Cracco

Brutto.

L’altra sera mi è capitato di guardare un pezzo di Le invasioni barbariche su la7 Tv. Premetto che è un programma che trovo fintamente divertente e fintamente interessante, ma l’occhio mi è caduto su di un siparietto che mi ha dato da pensare..  Erano ospiti due dei giudici rappresentativi dei talent di seconda generazione, quelli che persino i fintamente intellettuali non si vergognano di guardare: Masterchef e Masterpiece.  Per chi non li conoscesse: sono i talent che non si occupano più di cercare talenti nel mondo dello spettacolo tradizionale, bensì in ambiti culturali meno scontati. In questo caso la cucina e l’editoria.

Taiye Selasi e Carlo Cracco, i due belli dei rispettivi talent sono stati fatti incontrare da una compiacente Daria Bignardi e.. inaspettatamente si sono annullati a vicenda.

Selasi, bellissima e conturbante con i pezzi di guardaroba adatti al personaggio di pantera d’Africa: panta-collant lucidi, giacchino rosso fuoco e tacchi d’ordinanza, Cracco con il capello selvaggio e la giacca portata con noncuranza sulla t-shirt.  Entrambi terribilmente consapevoli del proprio ruolo di tombeur, talmente consapevoli da risultare caricaturali e incapaci di emettere frasi sensate.

Quello che mi ha dato da pensare è come la televisione abbia appreso il linguaggio di altri media in fatto di velocità, tanto è breve la distanza tra la creazione e la distruzione di un personaggio. Se ne era accorto proprio poco tempo fa un altro giurato di un altro talent di successo, Morgan, che durante un concerto si era buttato sul pubblico sperando di essere accolto da braccia adoranti, mentre ad accoglierlo aveva trovato solo il vuoto di quelli che si erano scansati (Another one bites the dust).

Ecco cosa fa la televisione a chi di troppo video si nutre: perdita di credibilità e figura da piacione. Il ‘celebre’ sguardo di Cracco era annebbiato dalla fisicità della collega, mentre la Selasi faticava ad assumere pose da scrittrice impegnata sottoposta a quei raggi X.

C’era di che sorridere, probabilmente uno dei pezzetti più disarmanti di questa televisione.