Il mio vestito a fiori.

dark paradise

Bello?

Bisognerebbe ogni tanto passare una notte in un ospedale. Non da pazienti (possibilmente), ma da spettatori. Magari in un pronto soccorso, magari in una stanza di terapia intensiva, con tutta l’umanità dolente o sollecita che la contiene, guardando negli occhi l’essenza di questa cosa fragilissima che chiamiamo vita.

Bisognerebbe aver assistito all’arrivo di un ragazzo in fin di vita dopo un incidente e alle urla incredule di sua madre. Oppure all’impotenza di un medico e alla sua corsa per difenderla questa vita, nonostante tutto.

Perchè lo sappiamo che in un secondo la vita può cambiare, ma finiamo per non ricordarcelo quasi mai.

Bisognerebbe ogni tanto rimettersi al centro, resettare tutta quella confusione che, erroneamente, noi invece chiamiamo  vita. Ricordandoci che l’abito che indossiamo veramente è solo la nostra pelle.

Come scriveva Paul Valery:

Quello che c’è di più profondo nell’essere umano è la pelle.”

Ricordo che indossavo un vestito a fiori la scorsa notte, mentre passavano lente le ore in quel luogo fin troppo colmo di umanità. All’inizio ho pensato che forse fosse un po’ fuori luogo (d’altra parte ero stata colta alla sprovvista), Poi ho capito che non contava nulla, nessuno ci avrebbe fatto caso, perchè, citando la frase di qualcun’altro, l’essenziale è invisibile agli occhi.

 

(Illustrazione di Victoria Brockland, Dark paradise).

Nel blu dipinto di blu.

il terzo stato

charlie

Pellizza da Volpedo,  1901      –       Parigi,  2015

 

Brutto?

Se gli abiti possono raccontare la storia – e lo fanno, senza dubbio – allora ci conviene riflettere su questi due colori, marrone e blu, così evidenti e pervasivi. Come blocchi o meglio idee, ideologie.

Ci conviene riflettere anche sui gesti, gli sguardi e il modo di portare quegli abiti.  Quegli abiti non sono solo pezzi di stoffa, e in questo caso la faccenda è evidente.

Non si tratta meramente di politica, la questione è ben più profonda, si tratta di umanità.

p.s. Un’amica mi fa giustamente notare che il blu/nero/grigio è ormai diventato il colore di tutti gli strati sociali, compresi quelli meno abbienti.  Mi soffermo però sul titolo del dipinto: Il quarto stato.  Il quarto stato nella Francia pre-rivoluzionaria, come tutti sanno, non esisteva. Il terzo stato comprendeva tutti coloro che non appartenevano all’aristocrazia e al clero, compresi i ricchi borghesi e la cosiddetta noblesse de robe (appellativo quanto mai interessante). Il quarto stato di Pellizza da Volpedo diventa quindi uno stato nello stato.  Paradossalmente potremmo persino dire che entrambe le immagini si riferiscono alla stessa classe sociale – o perlomeno nel secondo caso all’evoluzione del primo -. C’è di mezzo oltre un secolo di storia e quel colore ce la racconta meglio di tante parole. Così come ce la raccontano i cappotti e quel camminare serrati che a me fa pensare all’avanzare dei Caschi Blu (vedete come il colore ritorna?).

Il breve addio. C’est la vie.

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ann demeulemeester.jpg lascia

jil sander

Bello.

Ann Demeulemeester lascia la sua griffe per motivi personali con una lettera vergata a mano.

Jil Sander lascia il suo marchio per motivi personali.

Frida Giannini pensa al suo futuro lontano dalla moda per prendersi cura della sua vita personale.

A me sembra un bel modo di dichiarare al mondo che ci sono cose più importanti della moda e del proprio ruolo nel mondo del lavoro. Siamo prima di tutto persone e il successo, così come la presenza mediatica o tutti gli allettanti benefit del settore non possono farcelo dimenticare.

La cosa più difficile è lasciare quando ancora il successo arride, ma in ogni caso lasciare è appannaggio solo delle menti più lucide. Richiede visione dei limiti e rispetto verso se stessi.  Non sfugge il particolare che a farlo in questo caso siano tre donne.

Little monsters.

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CAROLI~1

Bello.

Caroline Bosmans si chiama questa visionaria belga. Come altro potrei descriverla?

La sua biografia parla da sola: madre di 4 figli, diplomata in una scuola di moda, lavora come terapista nella cura di problematiche psichiatriche.  Ecco da dove escono i suoi mostri e le sue creature fantastiche,

Non deve aver avuto alcun dubbio nella scelta di dedicarsi al mondo dell’infanzia, si intuisce immediatamente quanto sia in sintonia con l’immaginario dei bambini, comprese le paure.  I mostri che escono dalla sua fantasia sono un po’ dark, un po’ splatter, molto poetici. Piccoli, terribili guerrieri contro ogni male.  Sono mostri anche asessuati, perché questa è un’altra delle magie che Caroline mette in atto: il genere non è un confine, né un limite, ognuno può essere quello che desidera..

I miei figli andrebbero matti per questi abiti-corazza-bozzolo.

A little piece of world.

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Bello.

A(D)DRESS, quartiere S.Salvario, Torino. Durante la notte delle arti contemporanee (09/11/13).

Una festa di vestiti, bambini e genti. Ogni vestito è una storia, storie legate tra loro che insieme formano un cordone lunghissimo e il cordone sfila per le strade, sostenuto dalle mani dei bambini.  Infine diventa una ghirlanda che addobba una piazza.

Sotto i lampioni, sotto la luna, vestiti come bandiere che si tengono per mano.

Il diavolo non veste Gucci.

frida giannini

Bello.

Leggendo su D la lunga intervista a Frida Giannini (dal 2005 direttore creativo di Gucci), ho sottolineato alcune frasi. Sono andata a rileggerle, perché da subito non mi sembrava vero di poter sentire concetti così semplici e veri, espressi da chi respira tutti i giorni l’aria da opera buffa che soffia nella moda.

Frida Giannini sembra una a cui la vita ha dato molto, ma senza regalarglielo.  Studi e carriera costruiti con rigore certosino, un divorzio alle spalle, una lunga malattia (un carcinoma); neppure la maternità è stata gratis, visto che è arrivata a 41 anni dopo vari tentativi falliti di fecondazione assistita.  Ma il dolore, quando non ti incattivisce, può solo aprirti gli occhi e portarti giusto al centro delle cose.

Si capisce che lei ha fatto tesoro di ogni esperienza, e lo spiega con poche parole precise: la sintesi di chi sa che il tempo che la vita ci concede è prezioso.

Non esiste contrasto tra il bello e il buono, al giorno d’oggi il bello deve andare verso il buono, altrimenti la bellezza diventa superflua.

Non si perde dietro paroloni, non si fa illusioni o sconti.

La rivoluzione l’hanno fatta altri. Gucci è sempre stato poco sperimentale. L’archivio è il punto di partenza e d’arrivo, è la storia e il patrimonio dell’azienda. Il mio compito è proiettarlo verso il futuro.

Cita Tatiana Tolstoj: “L’eleganza è una cosa fredda, non si consuma, si contempla”.

E infine parla del suo futuro, e ne parla così:

Non penso che starò ancora molto in circolazione, credo nel ricambio generazionale, presto arriverà qualcuno più bravo di me. Nei prossimi dieci anni voglio rallentare la corsa, togliere la faccia, andarmene dalle abitudini, smettere di stare attenta. Tornerò in tutti i Paesi in cui sono stata con gli occhi chiusi. accecata dalle luci del circo. Quando uscirò da Gucci smetterò di fare questo lavoro.

Parole talmente normali. Il guaio è che la normalità sembra sia diventata la vera rivoluzione, e questo non è un bene.

Tutti i secoli della moda.

fashionista

Brutto.

Bizzarra la moda, di questi tempi. Si dibatte tra illusionismo e concretezza.  Qualcuno tenta di darle lustro e spessore, portandola nei musei o tra le parole dei convegni per studiosi e appassionati. Altri la usano come un kleenex, buono per darsi una veloce ripulita.

L’illusione più grande rimane quella della novità, mentre tutto, a ben vedere, si è già consumato sotto questo cielo. A ogni stagione si discute di ciò che è veramente nuovo, quasi fosse un obbligo. E in effetti lo è se la parola moda ha in parte la stessa etimologia di moderno.  Poi però ti capitano tra le mani vecchi articoli, scalcinate riviste del 1941 (!) e scopri che potrebbero essere state scritte oggi e allora immagini che tutto questo fa parte di un mondo che si voleva nuovo, ma che per molti aspetti è nato già decrepito.

Come decrepiti sono i vizi e le umane pochezze che il carrozzone si porta dietro da sempre, se Michel De Montaigne verso la fine del 1500 poteva già declamare:

Onore e fama non sono la medesima cosa, l’onore è più che la fama e la fama, la dea dalle cento bocche, non è che una parte dell’onore, quella parte che dipende solo dall’opinione, che ha bisogno di testimoni che possano riferirne, che vuole che lo si venga a sapere, che ha perennemente bisogno di un palco  e di un pubblico.

Per l’appunto quello che accade ancora oggi, con altri mezzi e lo stesso intendimento.