Le ragioni del successo.

moschino 2015

Brutto.

Non è vero che se hai talento ce la fai sempre. Lo leggi spesso nelle interviste, ma perlopiù si tratta di quelli che sono arrivati dove volevano e nell’impeto dell’onda di successo che li travolge e li gratifica, si regalano le ragioni giuste per essere riusciti a farcela. Fingono, tra l’altro, di elargire speranze alla folla che sta sotto e scalcita per arrivare lassù.

Il talento può essere anche una condanna, quando non trova il canale per esprimersi. Produce l’impossibilità di non tenerne conto, di scrollarselo di dosso e fare come non ci fosse. Mette di fronte a scelte azzardate e produce quasi sempre frustrazione.

Conosco molte persone di sicuro talento che non hanno ricevuto mai un’occasione. Al contrario, qualcuno ha messo loro davanti continui ostacoli. Si, perché il talento vero produce anche invidie, da parte di chi ne ha meno, ma in compenso ha più occasioni.

Spesso poi quelli che ce l’hanno fatta godono di un bonus, ossia il loro talento è sopravvalutato.

In questa epoca di contatti e relazioni più o meno virtuali, sembra che il vero e unico talento che conta sia quello relativo al marketing di se stessi. Questo spiega il proliferare di corsi, workshop e lezioni volanti che dovrebbero insegnare in poche parole a “vendersi” al meglio.  La moneta di ritorno poi è sempre la solita: visibilità.

Perché se non sei visibile, allora non c’è talento che tenga.

Cosa ne facciamo quindi di quei talenti introversi e magari timidi, poco portati per l’auto-celebrazione e con scarso narcisismo? E di quelli che non hanno alcuna intenzione di diventare i cartelloni pubblicitari di se stessi e si piacciono così come sono?  Conosco già la risposta dei più scafati:  peggio per loro.

Già, ma anche per noi che ce li perderemo.

Successo vs talento – Conversazione impossibile?

barbie_fashionistas_by_barbiebondi-d4c0e76

Brutto.

Cosa significa essere una persona di successo?  Il tema mi sta molto a cuore e a quanto pare non solo a me: la scrittrice Meg Wolitzer fa delle interessanti riflessioni sull’argomento in un suo articolo da cui prendo spunto.

Siamo circondati dall’idea che per avere successo nella vita, o perlomeno nel proprio ambito lavorativo, sia necessario che più persone possibili ci conoscano e sappiano qualcosa di noi.  Non importa cosa o quanto, purchè ci considerino degni di nota, e spendano parole e pensieri sulla nostra persona.  In questo i social network hanno trovato terreno fertilissimo e hanno creato figure che solo qualche decennio fa non esistevano: il blogger, il trend-setter per professione, il cool-hunter munito di apparecchio fotografico, il giornalista fashionista..  Esistono siti che attraverso calcoli che fatico a capire misurano il grado di popolarità e influence dei singoli individui sul mondo immateriale dei ‘social’ . Come dire che il vecchio Q.I. è stato soppiantato dal K.S. (Klout Score).

Non interessa davvero a nessuno se la persona che ha raggiunto l’agognato successo di immagine possieda perlomeno un talento in qualche campo. In realtà spesso mi viene il dubbio che un reale talento sarebbe più di intralcio che di aiuto. Cos’è d’altra parte il talento, se non un marcatore di differenza?  La persona con potenzialità al di fuori della norma tende ad astrarsi dal gruppo, anche inconsciamente.

Si potrebbe obiettare che ci vuole talento anche a diventare popolari senza talento. Questa però mi sembra davvero la deriva del termine, oltre la quale non vedo barlumi di speranza. E’ un fatto, comunque, che il successo senza talento risulti molto più accettabile oggi di quanto non lo sia il talento senza successo. Il secondo caso prefigura una sorta di mancanza o incapacità: a comunicare, a rendersi visibili. In poche parole a spendersi o peggio a vendersi, come si usa dire.

L’utilizzo di termini per descrivere non è mai casuale, e se per vendersi si intende farsi conoscere, rendersi noti e quindi dimostrare di avere successo, allora immagino che tutto questo comporti un costo, o meglio un prezzo.

Però esistono anche quei casi di talenti veri che hanno trovato la via del successo. La Wolitzer racconta il caso Joshua Bell (considerato uno dei migliori violinisti al mondo), che decise di fare un esperimento: mettersi a suonare nella metropolitana di Washington DC in perfetto anonimato.  Nonostante la sua mirabile esecuzione, i passanti frettolosi rimasero indifferenti.  Allora mi chiedo se davvero oggi siamo in grado di riconoscere il talento, o meglio, interessa davvero saperlo riconoscere?  Può darsi che il suo succedaneo -il successo- sia diventato più allettante e lo abbia reso completamente privo di valore..  Forse siamo circondati da talenti che nemmeno vediamo, o magari quelli che emergono lo fanno solo grazie a semplici percorsi di casualità mista a fortuna.

Poi ci sono i Talent Show. Ma questa è un’altra storia.