Il mio vestito a fiori.

dark paradise

Bello?

Bisognerebbe ogni tanto passare una notte in un ospedale. Non da pazienti (possibilmente), ma da spettatori. Magari in un pronto soccorso, magari in una stanza di terapia intensiva, con tutta l’umanità dolente o sollecita che la contiene, guardando negli occhi l’essenza di questa cosa fragilissima che chiamiamo vita.

Bisognerebbe aver assistito all’arrivo di un ragazzo in fin di vita dopo un incidente e alle urla incredule di sua madre. Oppure all’impotenza di un medico e alla sua corsa per difenderla questa vita, nonostante tutto.

Perchè lo sappiamo che in un secondo la vita può cambiare, ma finiamo per non ricordarcelo quasi mai.

Bisognerebbe ogni tanto rimettersi al centro, resettare tutta quella confusione che, erroneamente, noi invece chiamiamo  vita. Ricordandoci che l’abito che indossiamo veramente è solo la nostra pelle.

Come scriveva Paul Valery:

Quello che c’è di più profondo nell’essere umano è la pelle.”

Ricordo che indossavo un vestito a fiori la scorsa notte, mentre passavano lente le ore in quel luogo fin troppo colmo di umanità. All’inizio ho pensato che forse fosse un po’ fuori luogo (d’altra parte ero stata colta alla sprovvista), Poi ho capito che non contava nulla, nessuno ci avrebbe fatto caso, perchè, citando la frase di qualcun’altro, l’essenziale è invisibile agli occhi.

 

(Illustrazione di Victoria Brockland, Dark paradise).

La sincerità è un vestito bianco.

cos

Bello?

La sincerità è come un vestito bianco, immacolato. Difficile da mantenere, scomodo perlopiù, perchè non puoi distrarti un attimo.  Ogni minima macchia o alone rovina tutto l’insieme.

Non puoi -non devi- vantartene: la sincerità è come la beneficenza, si fa e non si dice.

Non vale passare la vita indossando vestiti o camicie bianche, sostituendoli prontamente quando si macchiano. Non vale perchè quell’abito deve essere uno e uno soltanto. Un po’ sgualcito magari, non più immacolato, perchè siamo umani, si sa, ma ancora presentabile.

Decente, insomma.

Ricordandosi che su un vestito bianco le macchie non vanno più via del tutto.

Un abito eterno.

eternity dress

Bello.

Avevo scritto alcuni giorni fa di questo evento: Eternity Dress al Museo Galliera di Parigi, che vedeva Olivier Saillard insieme a Tilda Swinton impegnati in una inusuale performance in onore di quella che veniva chiamata ‘archeologia sartoriale’.  In quel post raccontavo le mie perplessità riguardo alla definizione e alla stessa operazione. Ma devo fare ammenda, e infine con autentica gioia ricredermi.

Ho ricevuto da Parigi una lettera dall’amica Clara Tosi Pamphili, che è riuscita a trasmettermi il senso e l’atmosfera di un rito, ancor prima che di un mestiere, o un fatto artistico.  Ecco, è così che ho sempre pensato ai gesti di un sarto, e Clara magicamente è entrata in sintonia col mio pensiero.

Questa è la lettera:

“Adriana cara,

ti scrivo da Parigi. Novembre é quasi finito, fa freddissimo, sono qui per lavoro, pensavo di vedere quello che normalmente una città come questa può offrire in un momento di ordinario calendario e mi ritrovo a non avere il tempo di “guardare tutto”. In tutto lo sconforto di tante cose bellissime a confronto del poco che c’è da noi una mi ha ferito più delle altre.

“Eternity Dress” é la seconda collaborazione fra il Palais Galliera, quel meraviglioso museo della moda, e Tilda Swinton.

Ti dico subito che il primo sentimento é stato quello dell’importanza della performance all’Ecole des Beaux Arts: i biglietti già esauriti dal mese di gennaio, l’ansia della lista d’attesa e l’entusiasmo di riuscire ad entrare.La seconda sensazione é stata l’invidia per un paese che riesce a parlare di moda mettendo in collaborazione istituzioni, come un museo e l’università, facendo una performance artistica contemporanea capace di rappresentare degnamente il rito del lavoro sartoriale.

Adriana tu sai quanto parliamo di artigianato, quante mostre e fiere e campagne pubblicitarie si montano sulla promozione di attività creative manuali cercando di ricreare nuovi interessi. Siamo riusciti a convincere i giovani che cucinare é molto cool ma non siamo riusciti a convincerli che fare il sarto che sa fare un abito lo sia quanto essere stilista.

Tutta la performance racconta la realizzazione di un abito: Olivier Saillard, direttore del Museo Galliera, con un metro intorno al collo e con tutti gli strumenti tradizionali misura il corpo di Tilda, insieme riportano le cifre sulla carta. Fanno un esercizio di modellistica. Compiono un rito per realizzare “Une robe, une seule” un abito, uno solo. E’ uno spettacolo commovente, accompagnato da una musica perfetta che sottolinea la voce di lei quando scandisce i numeri delle misure, i tipi di colletti o quando elenca i  couturier cambiando posa ad ogni nome.

Lei é l’abito che indossa, lei rifiuta decori inutili, lei arriva all’essenza di se stessa grazie alla conoscenza delle proprie misure, quelle che permettono al suo corpo di muoversi con eleganza.

Avrei voluto che lo vedessi, tu che sai giudicare, avresti applaudito anche tu come tutti quelli che erano lì, saresti stata colpita da come si possa parlare di archeologia di moda prima che di fashion system.

Un capolavoro. Volevo dirtelo.

Tua

Clara”

Grazie Clara.