Piove. Vestiti, usciamo.

poiret

Bello.

Il cielo è scuro e la luce che entra dalle finestre è così scarsa da attutire ogni colore.  Cade pioggia ormai da due giorni ed è impegnativo scovare l’energia per vestirsi e affrontare la città.

Ma domani è il mio compleanno e avrò voglia di mangiare cibo speziato. Ho cercato il miglior ristorante indiano della città e prenotato. Mi servirà qualcosa da indossare per scacciare i malumori del maltempo.  Cerco qualche suggestione e mi viene incontro Paul Poiret, con i suoi colori come “robusti lupi gettati nell’ovile”.

Non potrei mai permettermi questo abito, nemmeno se sapessi dove trovarlo, ma mi fa bene vedere un esempio di ciò che vorrei.  Non copierò quest’abito: non è accettabile accontentarsi di una copia. Sceglierò qualcosa che me lo ricordi per associazione di idee e non per aspetto.  Non riempirò il mio armadio con un altro abito: ho fatto un patto con me stessa.

Un abito può contenere un buon proposito, un’idea. Può essere un amore platonico.

Goldfingers.

goldfingers

Bello.

Il regalo più azzeccato di questa lunga estate me lo ha fatto mia suocera. Non so da dove arrivino, nemmeno lei lo sa. Però posso immaginare quante crune di aghi si siano fermate tra quegli avvallamenti. E anche l’intorpidimento che prende al dito medio dopo essere rimasto a lungo chiuso in quella gabbia di metallo. Posso immaginare il tempo passato dall’usura del metallo, schiacciato in alcuni punti: non è più un cerchio perfetto e questo lo rende ancora più affascinante.

Quello che mi dà da pensare è la misura più piccola, appartenuto senz’altro a una bambina, quando era d’obbligo insegnare alle figlie femmine il cucito e il ricamo. Non sono affatto sicura che fosse una cosa saggia.

Un ditale è un magnifico esempio di design. Quelli più moderni sono fatti di silicone, ma io non mi ci trovo bene, non sento lo stesso senso di protezione che mi dà il metallo.

Ci sono persone (perlopiù principianti a ben vedere..) che dicono di non sopportarlo, di non riuscire a cucire con il ditale. Conosco bene il caso, ero anch’io una di loro, molti, molti anni fa. Ma non c’è verso, un lavoro ben fatto non si può fare senza ditale. Qualche volta obbligo i miei allievi a cucire la pelle, giusto per fagli cambiare idea. Non è per sadismo, è che finchè non capisci la funzione delle cose, non ne apprezzi l’utilità.

Il ditale che uso ogni giorno, o quasi, è vecchiotto ma ancora in buono stato. Anche lui di metallo dorato, io lo trovo bello come un gioiello. Confesso che l’ho rubato a mia madre; lei non se n’è accorta, o ha fatto finta di non accorgersene.

Against-vintage.

tao namura 1

tao namura 2

Bello.

E’ la passione per il vintage il vero nemico del design. E’ la nostalgia per le “cose belle di una volta”, unita alla convinzione che ormai tutto è già stato progettato dai grandi maestri del design del ‘900, che ci spinge a cercare sempre quello che conosciamo già e non a osare il nuovo” (cit.)

Per la designer giapponese Tao Namura questo non vale. E come si può vedere dai suoi progetti, la cosa non esclude una buona dose di poesia.

American dreamers 1

valentina 2

Women of chic are wearing now dresses they bought from me in 1939. Fit the century, forget the year.

Bello.

Il suo nome per intero era Valentina Nicholaevna Sanina Schlee, ma divenne famosa con il solo nome di Valentina. Era arrivata in America dalla lontana Ucraina con molti sogni, una classe innata e una sfolgorante bellezza e con questo bagaglio non indifferente fu capace di vestire grandi star del cinema. Prima fra tutte la Garbo.

Il suo era uno stile misurato, che lasciava però trasparire un lusso sicuro, dichiarato. Non per niente affermava (sfacciatamente): “No matter how broke you are, always travel first class -otherwise you’ll never meet the right kind of people-“

Si intuisce, attraverso i suoi abiti, l’influenza di couturier del calibro di Madeleine Vionnet e  Madame Grès , e come darle torto? D’altra parte scelse le migliori e anche coloro che, agli occhi delle ricchissime borghesi americane, rappresentavano classicità e avanguardia insieme.  Il lusso supremo.

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veletta 8 schiaparelli 1938Elsa Schiaparelli 1938

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1966

veletta 6

1951

veletta 7

2013

Bello.

Sarà un caso se le velette sono un tema ricorrente delle mie piccole ossessioni (o passioni) quotidiane? E non solo mie, da quanto vedo in giro.

Nascondere la faccia, questo mi viene in mente. Ma più della faccia, gli occhi.

Se in passato la veletta aveva scopi estetici o relativi al pudore, oggi a me sembra piuttosto uno stratagemma difensivo, oppure un sipario adatto a prendere le distanze.  Capisco bene il senso: la paura a volte lascia interdetti e muti e la voglia di scappare o celarsi è immediata.

Quel celare lo sguardo potrebbe però anche alludere al tentativo di sfuggire alla decodifica della parte più sincera di ognuno di noi: gli occhi, lo specchio dell’anima.  Forse l’anima è rimasto l’ultimo avamposto di una vera e totale privacy?

Per alcuni, temo, che il vero scandalo da nascondere possa essere l’assenza. Dell’anima.

Lusso 1

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Bello.

Un termine su cui chi si interessa di moda, come me, non può evitare di riflettere costantemente, è quello del lusso.  L’etimologia della parola è meno scontata di quanto si potrebbe immaginare: non deriva da lux (luce), quanto piuttosto da luxus (slogato, fuori posto).

Possiamo immaginare che il fuori posto si riferisca allo stupore che provoca il lusso, mettendo fuori dalla norma tutto ciò su cui si posa.

Tralasciando studi etimologici e rimandi storici, che altri hanno trattato ampiamente e meglio di me, la mia intenzione è quella di osservare da vicino le declinazioni di lusso strettamente personali, a cominciare dalla mia.

Lussi privati quindi, non necessariamente dispendiosi. Non penso sia la quantità di denaro speso a decretare l’appartenenza alla categoria: lusso non è sfarzo e nemmeno ostentazione.

Il lusso per me corrisponde a rarità, talvolta unicità, qualcosa che non si possa riprodurre senza mutarne sostanzialmente l’essenza.

Piccoli lussi privati dicevo, come l’uso di sottovesti di seta vintage al posto dei pigiami. Il lusso è nei dettagli, tutti realizzati a mano, ma il lusso è anche nell’utilizzo, che è quotidiano e rivolto a se stessi. In questo prende le distanze definitivamente dallo sfarzo.

Il lusso come una forma di amore verso se stessi.

Le donne di Nina.

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Bello.

Si chiama Nina Surel, qualcuno la definisce artista, io credo sia più adeguato il termine illustratrice, che non è certo una professione priva di luci.

E’ argentina (e si nota dalla ricchezza di dettagli e colori), ma di stanza ormai a Miami, città che influenza i suoi lavori con quella punta di kitsch controllato.

Le suggestioni dal mondo della moda sono evidenti, sia per la scelta di utilizzare spesso elementi provenienti dai negozi di abiti vintage, sia per quell’attenzione particolare verso abiti e accessori.

Nina assembla tutto con una tecnica simile al collage e il risultato spazia tra i rimandi a un Messico alla Frida Kahlo, le evanescenze delle fanciulle preraffaellite e un romanticismo lievemente pop.

Insomma un tripudio massimalista che dovrebbe piacere a parecchi fashion designer.