Il vintage e la pelle dell’orso.

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Bello?

A proposito di questa passione (mania?) del vintage che è diventata ormai un business ben strutturato, ho letto di recente una interessante riflessione.

Sappiamo bene che quando compriamo un abito vintage desideriamo in modo più o meno inconscio appropriarci di un pezzo di storia che ci sembra affascinante.  Il lifestyle di quel tempo lontano da noi ha un aspetto talmente attraente da volerne vestire i panni nell’illusione di catturarne almeno un pò.  In pratica è il desiderio di incorporare l’oggetto, incarnando così chi lo ha posseduto in passato.  Se ci pensiamo bene è come vestire i panni di un fantasma, il che ha in sè qualcosa di macabro e, forse per questo, anche seducente.

La riflessione che ho trovato stimolante è il parallelo tra chi veste panni vintage e il cacciatore primitivo che uccideva l’animale e ne indossava la pelle per assumere in sè tutte le caratteristiche positive dell’animale stesso: coraggio, fierezza, forza.

In fondo i giubbotti di pelle (il chiodo per intenderci) non sono l’esemplificazione di questo concetto? Così come tutto l’abbigliamento in pelle.
Che cosa desideriamo incorporare quando indossiamo un abito vintage? Bellezza, eleganza, classe? O forse distinzione, unicità, cultura?

Siamo diventati così poveri di tutto questo da doverci accontentare della pelle di un animale morto?

10 thoughts on “Il vintage e la pelle dell’orso.

  1. Il vintage però può anche essere visto da un’altra ottica e cioè quella della produzione: ricercare dei capi costruiti in un certo modo e con determinati materiali e trarne ispirazione per riprodurre in chiave moderna una qualità che a volte non esiste più, anche questa è ricerca…

    1. Certo, non lo metto in dubbio. Però so per certo che molti studi stilistici si limitano a copiare senza innovare. In questo caso il vintage è solo un facile escamotage per “non fare ricerca”. Le aziende serie usano il passato come trampolino di lancio per il futuro, allora si, quella è ricerca e innovazione.

  2. Credo sia molto difficile copiare, anzi fotocopiare un modello anni ’50 e riproporlo oggi: la vestibilità odierna non corrisponde a quella di allora (né come misure anatomiche né come richiesta da parte del pubblico); un lavoro di adattamento si deve fare. Anche perchè materiali e sistema produttivo sono cambiati ossia si tende a razionalizzare (possiamo fare una eccezione per l’alta moda).
    Personalmente i capi vintage per me sono come i quadri: devono stare in un museo (se meritano ovvio!!); preferisco i capi dallo stile o richiami retrò, e quindi tuttalpiù un vintage “rivisitato”.

    1. Il lavoro di adattamento di cui parli (taglie, metodologie tecniche e materiali) non esclude l’ipotesi della copia. Riferirsi a un capo in termini di ispirazione, ma mutandone oggettivamente lo stile e il gusto in modo davvero personale, ecco si, quello non significa copiare.

  3. Io concordo molto con Emanuele: mi sono avvicinata al vintage, in tempi non sospetti, semplicemente perché mi offriva un migliore rapporto qualità prezzo. Ero all’università,se non ero veramente povera poco ci mancava, e l’usato, che ancora non era cool, era l’unico modo per permettermi un cappotto di LANA VERA con un VERO collo di pelo.

    Conservo ancor’oggi capi comprati allora, sulle bancarelle degli straccivendoli, per poche lire: tra tutti una pelliccia di montone stampa leopardo anni ’60, sulla quale investii illo tempore tutti i miei averi ( e mangiai cornflakes per un mese) ma che è diventata uno staple del mio guardaroba invernale.

    1. Ho ricordi molto simili ai tuoi (può darsi che siamo figlie degli stessi tempi?). Di quando si chiamava semplicemente ‘usato’ e ciononostante nei mercatini si riusciva a trovare autentici tesori. Oggi per pochi euri trovi solo gli stracci lisi di H&M e Zara..

  4. Ciò che si “crea” oggi è molte volte finalizzato a stupire, senza tenere conto che tutto ciò che “costruiamo” in ogni campo (arte, architettura, etc), per poter essere di valore, deve avere radici profondissime nella storia (analisi), conoscenze ed elaborazione (sintesi) e solo alla fine di queste fasi si parlerà di progetto, avendo acquisito le competenze e capacità opportune. Ora, il “vintage” rappresenta un risultato concreto e corretto, riferito al proprio tempo e probabilmente affascina e sviluppa il desiderio di possesso, proprio perché tutto ciò che segue non ha grande valore.

  5. Il “fare”, cara Adriana, senza le suddette premesse, produce scarsi risultati, che si possono vedere un po’ dappertutto. Molto più rara, o meglio, destinata ad occhi esperti, è la creazione di qualità, che presuppone anche un fruitore colto. Il vintage è un “pacchetto” pronto e digerito.

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