Un’aragosta riscaldata.

Bello?

La prima foto in alto a sinistra si riferisce a un capo dell’attuale collezione alta moda primavera estate Schiaparelli, la foto in alto a destra documenta l’abito che Elsa Schiaparelli realizzò insieme a Salvador Dalì nel 1937. Mentre la foto in basso ritrae Wallis Simpson che lo acquistò nello stesso anno per il suo guardaroba di nozze con il duca di Windsor.

La forma dell’abito è cambiata naturalmente, adeguandosi alla moda attuale, ma … trasportare pari pari ad oggi quel simbolo, quel feticcio erotico nato in un contesto lontano e diversissimo, che senso ha?  (Notare la posizione del crostaceo che prima partiva dal centro dell’abito ed esattamente dalla zona degli organi genitali, mentre ora è messo di lato su una gamba, come semplice decorazione).

Nel 1937 dipingere quell’aragosta enorme e minacciosa su di un candido vestito da sera era un gesto provocatorio, che metteva in piazza pulsioni e desideri nascosti quanto spiazzanti se riferiti all’inconscio femminile. E’ probabile che neppure la Simpson fosse ben cosciente della valenza di quell’operazione, se aveva scelto quell’abito per un viaggio di nozze (o forse, al contrario, l’aveva scelto proprio per quello?).

Oggi il compito di un direttore creativo non è quello di prendere un abito così pieno di significati, storia e segni e rifarne semplicemente la forma. Un bravo direttore creativo dovrebbe avere il talento e la forza di cercare simboli e significati attuali, con una uguale o perlomeno simile potenza. Dovrebbe, con uno sguardo nuovo, provare a ricreare quello scandalo,  mantenendo in vita non il gusto e lo stile di Elsa Schiaparelli (che sarebbe impossibile e anacronistico), bensì il nucleo che corrisponde all’origine del marchio.

Non dico che sia facile, ma un bravo direttore creativo non dovrebbe limitarsi a svolgere il compito come se fosse ancora uno scolaro. E, soprattutto, un bravo direttore creativo dovrebbe avere ben presente i limiti del suo talento e magari imparare a non misurarsi con un compito per lui troppo arduo.  Poi, nel dubbio, astenersi.

Altri pensieri sparsi sulla griffe odierna qui e qui.

Sometimes green is my happy color.

green-1

Charles James, 1957.

green-4

Behinda Dolic.

green-5

Andrew Gn, 2014.

green-2

Paris fashion week.

green-6

Adriana Delfino, 2016.

Bello.

Amo il verde di un amore profondo e inossidabile. Non un colpo di fulmine, ma una predilezione che dura da sempre, segnata da brevi distacchi, mai significativi.

Lo considero un colore per sempre, non legato al cambio delle stagioni, indipendente dalle mode, più vicino al temperamento di tanti altri colori. Il mio, in effetti, è un temperamento verde. Nulla a che fare con il fattore ecologico, o forse anche quello, ma molto altro ancora.

Quando dico un temperamento verde, penso al colore degli smeraldi, a quella luce profonda e lussureggiante, niente di scontato: non la luce pura ma fredda del diamante, nemmeno quella troppo sanguigna del rubino.

Il verde è per me il colore delle passioni mediate dall’intelletto, un equilibrio strano e perfetto. Come quella linea, forse immaginata o forse davvero percepibile, che divide l’orizzonte all’alba e al tramonto, visibile per qualche istante soltanto, il raggio verde.

Imprevedibile, il verde, mistico e tangibile. Non per tutti.

L’aria che tira.

time 1

1765

time 3

1869

time 2

1938

Bello.

Bisognerebbe che si imparasse a osservare con più attenzione, da ogni parte.  Il lato B delle cose può riservare autentiche sorprese.

Sono dell’idea che le persone vadano apprezzate per ciò che fanno piuttosto che per ciò che dicono.

Però mi rendo conto che si tratta di un’idea del tutto fuori moda.

La differenza.

detail 6

Madeleine Vionnet

detail 1

Valentino

detail 3

Cristobal Balenciaga

detail 4

Cristobal Balenciaga

detail 5

Madeleine Vionnet

detail 8

Jacques Fath

detail 7

Charles James

Bello.

Quando si dice che la differenza sta nei dettagli, si dà per scontato che chiunque sia capace di notarli. Si dicono cose, a volte, che in realtà non stanno né in cielo e né in terra, perché i dettagli sono di per sé sfuggenti. Amano farsi beffa degli occhi poco allenati o frettolosi.

I dettagli  (quei particolari in sordina che eppure reggono l’intera opera sulle loro fragili spalle), richiedono dedizione e premiano solo chi ha la pazienza di affrontare la lenta contemplazione.  D’altra parte sono il frutto di menti e mani che di lentezza hanno fatto un mantra.

Chi avrà la pazienza di aspettare in premio la loro stupefatta scoperta?

Dal surrealismo in caduta libera verso il realismo.

schiaparelli hc 5schiaparelli hc 1

schiaparelli hc 3

schiaparelli hc 4

 

schiaparelli hc 2

Brutto.

Schiaparelli haute couture primavera estate 2016.

Imbarazzante.

Suzy Menkes plaude a questa inversione di rotta verso un realismo a suo dire molto contemporaneo. Io parlerei di realismo, si, ma di stampo sovietico. Perlomeno a giudicare dal risultato estetico. E non è un complimento, almeno per me.

Cibo alle folle, temi terra-terra (è proprio il caso di dirlo, mancano giusto le zolle di terra, le radici ci sono già).

Accostamenti cromatici poco donanti, decorazioni appiccicate un po’ qua e un po’ là.

Riferimenti storici banalizzati: ve la ricordate l’aragosta di Dalì sull’abito di Wallis Simpson? Cosa ci fa ora su quel corpino, svuotata di qualsiasi valenza di feticcio erotico?

Inguardabili persino trucco e parrucco, e si che stiamo parlando di alta moda..

Ci sono abiti poi, che sembrano realizzati da chi è avvezzo, nel migliore dei casi, a drappeggiare tessuti sulla bambola, tanto lontana appare la sapienza modellistica. E pensare che Bertrand Guyon vanta 7 anni da Valentino e ben 11 da Christian Lacroix!  Resto perplessa, mi chiedo quale sia il senso di perdurare in un settore tanto esclusivo se non quello di esserci e basta.

E’ questa l’innovazione, la straordinarietà di uno stilista che ama ripetere: “The very essence of couture is about creating the extraordinary out of ordinary”  ?

 

 

 

 

 

Schiaparelli never die.

schiaparelli couture 1

schiaparelli couture 2

schiaparelli couture 3

schiaparelli couture 4

Brutto.

A Parigi le sfilate di alta moda sono cominciate e se dall’alba si vede il buon giorno, allora non credo ci sia molto da gioire.  Ecco l’ennesimo nome che si cimenta con l’eredità di Elsa Schiaparelli: Bertrand Guyon, che esordisce con una collezione già vecchia, non trovo altri aggettivi. Vecchia per l’uso poco creativo dei materiali, per quelle proporzioni che mi ricordano collezioni di dieci e più anni fa, per il ricorso a ricami presi quasi pari pari dagli archivi del marchio. Una collezione per vecchie signore in vena di ricordi, si direbbe. Nemmeno un guizzo di autentico coraggio.

Già molti tentativi sono stati fatti -troppi- eppure non c’è verso di convincere chi di dovere a lasciar riposare questo nome nei libri di storia della moda, anziché intestardirsi a voler trovare un degno successore per una storia già bella e conclusa.

Purtroppo questo caso evidenzia quello che già avevo notato in altre circostanze: non basta un cospicuo heritage e una rispolverata agli archivi per confezionare un successo. Non basta nemmeno cambiare squadra e allenatore ad ogni stagione. Perché ci sono nomi e storie che funzionano solo in alcuni momenti e poi mai più.

Nostàlgia 2

veletta 8 schiaparelli 1938Elsa Schiaparelli 1938

veletta 5

1966

veletta 6

1951

veletta 7

2013

Bello.

Sarà un caso se le velette sono un tema ricorrente delle mie piccole ossessioni (o passioni) quotidiane? E non solo mie, da quanto vedo in giro.

Nascondere la faccia, questo mi viene in mente. Ma più della faccia, gli occhi.

Se in passato la veletta aveva scopi estetici o relativi al pudore, oggi a me sembra piuttosto uno stratagemma difensivo, oppure un sipario adatto a prendere le distanze.  Capisco bene il senso: la paura a volte lascia interdetti e muti e la voglia di scappare o celarsi è immediata.

Quel celare lo sguardo potrebbe però anche alludere al tentativo di sfuggire alla decodifica della parte più sincera di ognuno di noi: gli occhi, lo specchio dell’anima.  Forse l’anima è rimasto l’ultimo avamposto di una vera e totale privacy?

Per alcuni, temo, che il vero scandalo da nascondere possa essere l’assenza. Dell’anima.