Cucito sul corpo (la prima brezza di Settembre).

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Bello.

Può darsi che il fine di ogni moda sia quello di cucirsi addosso la sostanza del desiderio. Altrimenti che senso avrebbe questa mania del tatuaggio che contagia sempre più persone? 

E’ certo che dimostrare attraverso il corpo chi si è, rassicura, calma l’ansia di esistere per se stessi. Invece di porsi domande, si fornisce una risposta rapida.

E l’abito continua ad essere ciò che è sempre stato: non un riparo dal freddo, dagli sguardi, bensì la pelle che si desidera avere.

(Immagini: Ana Teresa Barboza).

Il mio vestito a fiori.

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Bello?

Bisognerebbe ogni tanto passare una notte in un ospedale. Non da pazienti (possibilmente), ma da spettatori. Magari in un pronto soccorso, magari in una stanza di terapia intensiva, con tutta l’umanità dolente o sollecita che la contiene, guardando negli occhi l’essenza di questa cosa fragilissima che chiamiamo vita.

Bisognerebbe aver assistito all’arrivo di un ragazzo in fin di vita dopo un incidente e alle urla incredule di sua madre. Oppure all’impotenza di un medico e alla sua corsa per difenderla questa vita, nonostante tutto.

Perchè lo sappiamo che in un secondo la vita può cambiare, ma finiamo per non ricordarcelo quasi mai.

Bisognerebbe ogni tanto rimettersi al centro, resettare tutta quella confusione che, erroneamente, noi invece chiamiamo  vita. Ricordandoci che l’abito che indossiamo veramente è solo la nostra pelle.

Come scriveva Paul Valery:

Quello che c’è di più profondo nell’essere umano è la pelle.”

Ricordo che indossavo un vestito a fiori la scorsa notte, mentre passavano lente le ore in quel luogo fin troppo colmo di umanità. All’inizio ho pensato che forse fosse un po’ fuori luogo (d’altra parte ero stata colta alla sprovvista), Poi ho capito che non contava nulla, nessuno ci avrebbe fatto caso, perchè, citando la frase di qualcun’altro, l’essenziale è invisibile agli occhi.

 

(Illustrazione di Victoria Brockland, Dark paradise).

Visionnaires.

Bello.

Essere againstfashion è un po’ come essere visionari. Richiede una totale mancanza di confini tra il sè corporeo e la propria rappresentazione per il mondo.

L’abito che si indossa è un segno tra i tanti che racchiude questa condizione.  Non è solo un abito, non è solo moda nè superficie; è lo specchio che non smette di rifletterci, l’appendice piana e duttile che asseconda ogni gesto.

E’ stato così da sempre, non è soltanto un’invenzione di stilisti contemporanei o avanguardie concettuali. In realtà a loro è toccato solo scoprire l’acqua calda e mascherare con frasi altisonanti quello che era già lì, pronto e finito.

Essere againstfashion è un’esperienza che può concludersi in un tempo breve, oppure durare una vita intera. Vale la pena sperimentarla, ma non è una passeggiata. Naturalmente richiede una buona dose di sincerità. Questo è l’ingrediente più difficile da reperire. Richiede inoltre fiducia, quasi un lasciarsi andare, praticamente senza rete.

L’abito, poi, viene da sè.

 

Immagini: Daliah Spiegel, Tatiana Leshkina and Erik Hart, Christian Heikoop, Eric Benier Burckel, Bauhaus, Oskar Schlemmer.

Euphoria!

Bello?

Si chiama Euphoria la mia ultima collezione di gioielli contemporanei. Un nome adatto, mi sembrava, per questi tempi.

Perchè l’euforia è proprio quello che più mi manca. La capacità e la possibilità di ridere quasi per niente, quella magnifica ebrezza che ti trascina via senza una logica.

Siamo troppo spesso pensierosi, talvolta cupi, nel migliore dei casi realisti. Questo ci tocca ora. Ci sembra che ridere sia un affronto a tutte le tragedie a cui assistiamo da semplici spettatori del mondo, ci censuriamo, stiamo attenti a non strafare.  Invece ridere ci servirebbe da antidoto, perchè il mondo probabilmente ha da sempre la stessa percentuale di infelicità. Semplicemente adesso è più facile che ci venga mostrata.

Allora l’euforia salvifica è come un vento che spazza via la nube. Per questo ho amato le frange, che si muovono con il vento o con il movimento del corpo. Qualcosa che vive, che muta e respira.  Qualcosa che assomiglia a una risata.

 

Jewels: Adriana Delfino (info@adrianadelfino.com)

Model: Sara Capello

Ph.:   A.d.A. photo

Le stecche son tornate.

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Ulyana Sergeenko

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Guo Pei

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Jean Paul Gaultier

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Viktor & Rolf

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Alexandre Vauther

Bello?

Eccolo di nuovo in passerella: il corsetto. In realtà non se n’è mai andato del tutto, periodicamente riappare, come a ricordarci quello che siamo state e che rischiamo ogni giorno di essere ancora.

Certo non è più l’oggetto costrittivo e deformante che era in origine, ma comodo proprio non lo sarà mai.  Se vuoi essere bella devi soffrire, come dire che l’aspirazione alla bellezza merita una punizione.

A quanto mi risulta, una delle prime ad eliminarlo completamente fu Madeleine Vionnet: “Io stessa non ero mai stata capace di sopportare corsetti,  quindi perchè mai avrei dovuto infliggerli alle altre donne?”  Era il 1907.

Molti pensano che il primo fu Paul Poiret, che nella sua autobiografia si vantava già nel 1905 di aver dichiarato guerra all’indumento. In realtà lui lo sostituì solo con una guaina, che oltre alla vita costringeva anche seno e sedere. Bel cambio! Per non parlare della jupe entravée, che obbligava le signore a camminare come geishe… Ma questa è un’altra storia.

A dispetto di quanto molti credono, quando arrivò Chanel il lavoro era già fatto, e lei potè trarne solo i vantaggi. I vari movimenti riformisti, quelli si, avevano contribuito a ridare alle donne la forma che la natura aveva previsto per loro.

Ogni volta che rivedo il corsetto tornare di moda, sento un campanellino d’allarme che suona da qualche parte. Cosa rappresenta e cosa ha rappresentato questo oggetto? Credo sia stato uno dei complementi dell’abbigliamento femminile (e in piccolissima parte anche maschile) più longevi nella storia del costume e della moda. Questo significa qualcosa.

Ha condizionato la vita sociale delle donne, quando non la stessa vita fisica: quante donne sono morte di parto a causa delle deformazioni provocate dall’uso del corsetto? Ha rappresentato l’impossibilità di fare materialmente molte cose, prima fra tutte respirare a pieni polmoni.  Oggi, certo, si dirà che il corsetto è un vezzo, che è solo uno dei tanti revival che la moda periodicamente pesca dal passato.

Ma la moda non pesca mai a casaccio, sappiamo che c’è sempre un nesso tra ciò che indossiamo e ciò che siamo o desideriamo essere. Quando Dior lo riportò in auge erano gli anni ’50 e la condizione delle donne fece una brusca frenata: vi ricordate le pubblicità di quegli anni, dove perfette e rassicuranti massaie erano tutte intente a far risplendere la casa e attendere sorridenti il marito di ritorno dal lavoro?

Quindi perchè il corsetto proprio ora?  Rifletto sui programmi politici di Trump e Putin, due tra gli uomini più potenti del pianeta, che non prevedono passi avanti rispetto alla condizione delle donne, al contrario. Ecco che suona il mio campanello d’allarme. Penso anche a tutti quei movimenti religiosi fondamentalisti che stanno minacciando le nostre libertà e quella delle donne in primis. E poi mi vengono in mente tutti gli episodi di femminicidio e violenze fisiche e psicologiche nei confronti delle donne di cui è purtroppo piena la cronaca.

Il corsetto mi appare allora in tutta la sua sinistra funzione repressiva. Non so se la sua comparsa sulle passerelle sia un monito o una minaccia, so comunque che non è una casualità.

La rivoluzione del passato.

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Bello.

Un bell’articolo su La Repubblica, scritto da Quirino Conti (uno dei pochissimi giornalisti di moda che mi fornisca ancora spunti interessanti) prende in esame quella che da molti viene definita la “femminilizzazione della moda maschile”

C’è una domanda, nell’articolo, che mi sembra racchiuda in sè un grande ventaglio di riflessioni:   “Ma c’è forse un soprannaturale decalogo che regoli per sempre il sesso delle forme e dei concetti, costringendo dunque anche un abito ad essere quello e null’altro?”

La risposta a me pare scontata se solo mi rivolgo al passato e osservo gli abiti maschili precedenti all’avvento della moda borghese.  Si tratta quindi non di una novità assoluta, nemmeno di una provocazione – come molti ritengono -.  Uno dei semplici corsi e ricorsi della Moda, che fornisce le forme adatte alla contingenza, che forgia lo stile del momento.

Sciocco chi si scandalizza, pensando a uno stravolgimento della natura.  Ma di quale natura parla, visto che gli abiti sono artifici?  E lo sperimentiamo ogni giorno, mentre assumiamo la forma che un tacco altissimo regala al nostro piede, o un corsetto al nostro busto..

Dunque la Moda può tutto.  Questa è la grande rivoluzione che non ha fine.

 

Ps. Per chi avesse ancora qualche dubbio in proposito, consiglio la lettura di questo articolo su The Atlantic: “Pink wasn’t always Girly“, che vi racconta la storia del rosa.

 

 

 

A beauty history.

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Bello?

Guardo queste immagini e osservo quanto di questa bellezza derivi non tanto da un assoluto di perfezione (o almeno qualcosa che vi si avvicini), piuttosto da un’aura di mistero.  La distanza, forse quel leggero pudore di chi non mostra mai tutto.

Può darsi che la bellezza sia qualcosa che manca, che ci manca? Un tassello che non riusciamo a trovare?  Forse quel tanto di perfezione che ci è negato per sempre.