Visionari. 5

Bello.

Andrè Perugia, un genio ancora tutto da scoprire.

Letteralmente scoperto da Paul Poiret, ha lavorato per molti dei grandi nomi della couture, brevettando modelli che ancora oggi risultano incredibilmente moderni, realizzando capolavori a metà strada tra arte e altissimo design. Copiato da molti (e spesso senza nemmeno essere menzionato), ha concluso il suo lavoro nel 1970.

Il modello in alto a destra risale al 1953, si chiama hommage à Picasso. Se non sono visioni queste…

Per notizie sulla sua biografia vi rimando a questo sito che mi sembra abbastanza dettagliato:

http://www.thehistorialist.com/p/andre-perugia-dossier.html

 

Il lusso della povertà.

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Bello:

“Povertà è assaporare (non semplicemente ingurgitare in modo nevroticamente obbediente) un cibo: il pane, l’olio, il pomodoro, la pasta, il vino, che sono i prodotti del nostro paese; imparando a conoscere questi prodotti si impara anche a distinguere gli imbrogli e a protestare, a rifiutare. Povertà significa, insomma, educazione elementare delle cose che ci sono utili e anche dilettevoli alla vita. Moltissime persone non sanno più distinguere la lana dal nylon, il lino dal cotone, il vitello dal manzo, un cretino da un intelligente, un simpatico da un antipatico perché la nostra sola cultura è l’uniformità piatta e fantomatica dei volti e delle voci e del linguaggio televisivi. Tutto il nostro paese, che fu agricolo e artigiano (cioè colto), non sa più distinguere nulla, non ha educazione elementare delle cose perché non ha più povertà.

I giovani “comprano” ideologia al mercato degli stracci ideologici così come comprano blue jeans al mercato degli stracci sociologici (cioè per obbligo, per dittatura sociale). I ragazzi non conoscono più niente, non conoscono la qualità delle cose necessarie alla vita perché i loro padri l’hanno voluta disprezzare nell’euforia del benessere. I ragazzi sanno che a una certa età (la loro) esistono obblighi sociali e ideologici a cui, naturalmente, è obbligo obbedire, non importa quale sia la loro “qualità”, la loro necessità reale, importa la loro diffusione. Ha ragione Pasolini quando parla di nuovo fascismo senza storia. Esiste, nel nauseante mercato del superfluo, anche lo snobismo ideologico e politico (c’è di tutto, vedi l’estremismo) che viene servito e pubblicizzato come l’élite, come la differenza e differenziazione dal mercato ideologico di massa rappresentato dai partiti tradizionali al governo e all’opposizione. L’obbligo mondano impone la boutique ideologica e politica, i gruppuscoli, queste cretinerie da Francia 1968, data di nascita del grand marché aux puces ideologico e politico di questi anni. Oggi, i più snob tra questi, sono dei criminali indifferenziati, poveri e disperati figli del consumo.

La povertà è il contrario di tutto questo: è conoscere le cose per necessità. So di cadere in eresia per la massa ovina dei consumatori di tutto dicendo che povertà è anche salute fisica ed espressione di se stessi e libertà e, in una parola, piacere estetico. Comprare un un oggetto perché la qualità della sua materia, la sua forma nello spazio, ci emoziona.”

(Goffredo Parise1974)

Il “buon gusto” secondo Diana.

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Bello?

“Elsie, naturalmente, aveva un gusto meraviglioso, come tutti quelli che ho conosciuto in Europa. Di certo si nasce con il buon gusto perché è davvero difficile acquisirlo. Si può acquisire la patina del gusto. Ma ciò che Elsie Mendl possedeva era qualcos’altro, che è tipicamente americano: apprezzava la volgarità.  La volgarità è un ingrediente importantissimo nella vita. Credo molto nella volgarità…se esprime vitalità.  Un pizzico di cattivo gusto è come una bella spruzzata di paprika. Abbiamo tutti bisogno di una spruzzata di cattivo gusto; rinvigorisce anima e corpo. Credo che dovremmo usarne di più. E’ alla mancanza assoluta di gusto che sono contraria.

Ciò che attira la mia attenzione in una finestra sono le cose orribili… la robaccia. Anatre di plastica!”

(cit. Diana Vreeland, da D.V.)

 

L’accostamento che fa la Vreeland tra cattivo gusto e volgarità mi sembra interessante. Trovo in lei quel coraggio di osare, anche a costo di sbandare, che manca alla maggior parte dei costruttori o divulgatori di moda odierni.  Tutti presi a rimanere in bilico tra manierismo e audacia (ma controllata).

La volgarità di cui parla Vreeland è vivace, ossia qualcosa di vivo, che trasmette una emozione, un movimento.  Può anche non piacere, ma desta comunque interesse. Si prende il rischio di non piacere, e in effetti a molti non piaceva.

Mi salta subito all’occhio una somiglianza: il termine volgare deriva dal latino vulgaris, derivato di vulgus: volgo, popolo. Ossia popolare. Stessa etimologia di pop (popular).

Vreeland capiva benissimo che quel pizzico di paprika di cui parlava era indispensabile non solo per attrarre l’occhio, ma anche per arrivare dovunque e a chiunque. Non era un discorso elitario il suo.

Provate oggi a dire a qualcuno che i suoi abiti, le sue idee, la sua persona sono volgari..

 

Lo zen e la cruna dell’ago. (Part III).

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17 air 2002(ph. Maren Ollmann).  Coll. Air, Adriana Delfino

Bello?

Parlando di sartoria ho menzionato quasi tutti i sensi, tranne uno: il gusto.  Per quanto possa sembrare strano, anche lui è coinvolto. Le vecchie sarte usavano tirare i punti di imbastito con i denti, per poi sputarli in terra. Qualcuna li teneva in bocca e li masticava come fossero chewing gum.  Che dire poi della deplorevole abitudine di tenere gli spilli tra le labbra?  Quel sapore di ferro doveva essere vagamente eccitante, anche per la sensazione di pericolo che trasmetteva.  Circolano parecchie storie (o leggende) raccapriccianti di sarte che in un momento di distrazione avrebbero ingoiato spilli..

Ma tra tutte le abitudini che riguardano il gusto e la sartoria, quella che preferisco è il gesto di bagnare il filo con la saliva prima di infilarlo nella cruna.  Se si fa attenzione, si possono scoprire sapori diversi da filo a filo. Ma ammetto che la parte più bella non è tanto il sapore, quanto piuttosto quell’attimo di sospensione, di concentrazione che precede il risultato. C’è chi lo affronta con impazienza, chi con rassegnazione, chi invece, come me, come una pausa necessaria: come il punto che divide una frase dall’altra.

Ma mi accorgo di non aver menzionato abbastanza il senso dell’udito. Non è solo il suono delle forbici o della macchina da cucire che fanno da colonna sonora in sartoria. Una musica ben più intensa è quella che produce il movimento di ogni tessuto; a ognuno la sua.  Si è parlato spesso del suono cartaceo del taffetà, io però mi incanto al suono del voile quando lo si getta sul tavolo per stenderlo; è un suono lieve come un sussurro e mi fa pensare immediatamente a tutte quelle minuscole ali contratte nei bozzoli dei bachi da seta.

Mi capita di sentirmi fuori luogo e fuori tempo a fare il mestiere che faccio e a ragionarci sopra. Qualcuno la chiama già archeologia della moda!  E’ possibile che concentrati sul cucito nei nostri laboratori ci siamo persi l’attualità e siamo diventati, senza saperlo, dei pezzi da museo.

Sarà per questo che, come estremo atto di resilienza, a dispetto di quando si diceva che in sartoria il mestiere bisognava rubarlo, io insegno.

Mi capitano allievi di ogni età e provo a trasmettergli quel poco che ho imparato rubando o arrivandoci da sola dopo tentativi fallimentari. Poiché io non ne ho avuti, spero di essere un maestro almeno decente per qualcuno.  E spero, soprattutto, che altri (magari più bravi di me) facciano altrettanto.

Niente ha senso se non si trasmette ad altri. I successi più grandi che ho avuto finora, sono negli occhi dei miei allievi.

(Fine).

Visionari (l’albero delle scarpe).

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Bello?

Nella mia vita mi è capitato di fare incontri imprevisti con gli abiti. Come quella volta che, ferma in macchina al semaforo, mi sono imbattuta in un lampione che vestiva un abito plissettato bianco stile Marilyn. Era una mattina di inverno, grigia e noiosa; quell’abito, messo lì a svolazzare nel freddo di una anonima strada trafficata, mi è rimasto impresso come il più puro dei non-sense.

Lo stesso stupore ho provato imbattendomi nel parco, mentre correvo, in questo albero delle scarpe. Mio figlio, che era con me, lo ha subito ribattezzato “l’albero della Befana”, il che ha un senso, vista l’abitudine della signora di andarsene in giro con scarpe rotte.

Anche in questo caso l’incontro è avvenuto in una fredda mattina di inverno: può essere che il clima giochi un ruolo fondamentale, così come può essere che i folletti degli abiti agiscano proprio quando la natura è povera di ispirazioni.

Forse tutto questo ha un senso che io non conosco, molto meno magico e suggestivo di quanto mi appaia.  Però mi piace pensare che ci siano angeli apparentemente disordinati, che lasciano in giro pezzi del loro abbigliamento come segnali, per rassicurarci:  che loro esistono.

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ph.News&Events Turin

 

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ph. Renato Valterza

 

Bello.

Tre abiti, tre secoli di moda: 700′, 800′, 900′.

Tre colori evocativi, abbinati ciascuno a un’epoca: rosso, bianco e blu.

Una interpretazione contemporanea della storia della moda attraverso forme e segni ad opera della stilista Adriana Delfino.

Una collaborazione inedita con un artista, Andrea Massaioli: un dialogo tra visionari.

300 LED e il supporto di un tecnico informatico per raccontare attraverso la luce la comune idea del futuro.

Immagini dal backstage:

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Stop.

 

Visionari. 4

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Bello.

Si chiama Daan Roosegaarde, è olandese, ha 35 anni ma ne dimostra molti di meno. E’ stato definito genio eclettico, ma lui dice di sentirsi un ‘tecno-poeta’.  Adora la velocità e mette in cantiere progetti a un ritmo vorticoso, progetti tanto visionari quanto credibili e persino utili.

E’ un artista ma anche un designer e a chi pensa che le due cose non possano coesistere invito a guardare le sue opere: sculture che interagiscono con il suono e il movimento e che possono servire a rendere più sicura una strada poco frequentata. Pareti formate da miriadi di piccoli ventilatori che creano l’effetto del vento e si mettono in moto al passaggio o al movimento dei visitatori, che possono rinfrescare ambienti troppo caldi come discoteche o ospedali.

Daan dice di essere più interessato all’aspetto umano della ricerca piuttosto che alla tecnologia, di cui comunque non potrebbe fare a meno. E per spiegarlo utilizza un’immagine suggestiva: la scultura statica è come il vento chiuso in una bottiglia, non è più vento.

Nel suo progetto Intimacy si occupa anche di abiti, realizzati con pelle e fogli elettronici ricettivi ai cambiamenti fisiologici di chi li indossa: calore e battiti cardiaci. Abiti che diventano trasparenti quando le emozioni si fanno forti, abiti che mettono a nudo l’intimità.

Questo è uno dei rarissimi casi in cui fatico davvero a trovare il confine tra arte e scienza. Sarà per questo che è stato definito anche un Leonardo dei nostri giorni?