Dalla parte dell’alchimista (quando la moda è ricerca).

Bello.

Si chiama Vanessa Schindler, è svizzera, ha 29 anni ed è stata la vincitrice del Festival di Hyères.  La caratteristica che ha reso subito unico il suo lavoro, è la capacità di sperimentare con i materiali e grazie a questo anche con le forme.

Si è inventata una tecnica, ha provato e riprovato per anni e infine ha ottenuto qualcosa che non si era ancora mai visto. Quindi quando vi dicono che ormai tutto è stato inventato, non credetegli.

Vanessa ha scovato una sostanza che si chiama uretano polimero fluido che trattata a dovere si può spalmare sui tessuti inglobandoli, unendoli e creando effetti di luce sorprendenti.

Lei dice: “Ci è voluto del tempo, ma è il modo migliore per ottenere dei risultati. La moda va troppo veloce, a volte mi fa paura”.

Un piccolo appunto per tutti quelli che pensano che correre sia l’unica risposta.

Sometimes green is my happy color.

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Charles James, 1957.

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Behinda Dolic.

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Andrew Gn, 2014.

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Paris fashion week.

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Adriana Delfino, 2016.

Bello.

Amo il verde di un amore profondo e inossidabile. Non un colpo di fulmine, ma una predilezione che dura da sempre, segnata da brevi distacchi, mai significativi.

Lo considero un colore per sempre, non legato al cambio delle stagioni, indipendente dalle mode, più vicino al temperamento di tanti altri colori. Il mio, in effetti, è un temperamento verde. Nulla a che fare con il fattore ecologico, o forse anche quello, ma molto altro ancora.

Quando dico un temperamento verde, penso al colore degli smeraldi, a quella luce profonda e lussureggiante, niente di scontato: non la luce pura ma fredda del diamante, nemmeno quella troppo sanguigna del rubino.

Il verde è per me il colore delle passioni mediate dall’intelletto, un equilibrio strano e perfetto. Come quella linea, forse immaginata o forse davvero percepibile, che divide l’orizzonte all’alba e al tramonto, visibile per qualche istante soltanto, il raggio verde.

Imprevedibile, il verde, mistico e tangibile. Non per tutti.

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ph.News&Events Turin

 

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ph. Renato Valterza

 

Bello.

Tre abiti, tre secoli di moda: 700′, 800′, 900′.

Tre colori evocativi, abbinati ciascuno a un’epoca: rosso, bianco e blu.

Una interpretazione contemporanea della storia della moda attraverso forme e segni ad opera della stilista Adriana Delfino.

Una collaborazione inedita con un artista, Andrea Massaioli: un dialogo tra visionari.

300 LED e il supporto di un tecnico informatico per raccontare attraverso la luce la comune idea del futuro.

Immagini dal backstage:

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Stop.

 

Land of nowhere.

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Bello.

Sono stata in luoghi in cui la luce era tutto. Sono poca cosa i vestiti senza la luce, perdono di consistenza, li si può solo immaginare.

D’estate basta poco: il bianco per esempio, oppure stampe sgargianti, una punta di eccesso. D’estate si possono tirar fuori diamanti e strass, tanto fa lo stesso. Basta che sia luce.

Qual era il colore di questa estate?  Non me ne preoccuperei, la luce li contiene tutti. La moda è fugace, ma mai quanto l’estate, di colpo è già ieri.

Mi fanno ridere le tristezze di post-estate, la tintarella trattenuta, le riunioni settembrine.  Il bello è che la luce cambia angolazione, ma non finisce.

Visto e archiviato.

On aura tout vu 1Orfani di McQueen.

 

On aura tout vu 2Pastiche di Balenciaga e Gaultier.

 

On aura tout vu 3Matrimonio al gay pride.

 

Brutto.

On Aura Tout Vu hanno recentemente sfilato a Parigi, utilizzando per la loro alta moda qualcosa come: 12.000 elementi in resina, 40 mt. di LED, 5.000 cristalli e.. (aggiungo io) una quantità indefinita di luoghi comuni. Compreso quello che hanno dichiarato nelle interviste:

“Senza luce non c’è ombra e viceversa”.

Un soffio di luce.

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Bello?

Si chiama Audra Noyes questa stilista americana di stanza a Parigi. La sua collezione SS 14 è quasi tutta in bianco, realizzata in un materiale che non perdona: il voile.  Pur con alcune imprecisioni, il defilè appare discreto. Ancora più interessanti sono le incursioni in altri colori, dove il minimalismo lascia il posto a decorazioni e tessuti che sembrano volerlo contraddire. Quasi che la stilista stessa abbia timore di lasciarsi andare, di non essere sufficientemente cool.  Il risultato però è quello di far apparire le ultime uscite come schegge impazzite di una collezione che per il resto appariva compatta. Forse i germogli di una collezione successiva? O magari quel pizzico di trasgressione in rouge che mancava del tutto al candore virginale di tutto il resto dello show?

La solita schizofrenia della moda, mi verrebbe da dire, in realtà penso che si tratti più realisticamente di un po’ di confusione.