Una musa dal passato.

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Fornasetti 3

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Bello.

Lina Cavalieri durante la Belle Époque era considerata la donna più bella del mondo. Era nata il giorno di Natale in una famiglia modesta e nonostante le origini, in una società ossessionata dalla divisione in classi, raggiunse i vertici della fama e fu ammirata e imitata come nessun’altra prima di lei.

Si sposò cinque volte, ribadendo ogni volta la sua indipendenza, a dispetto delle convenzioni e di uomini che tentavano di ricondurla nei ranghi di ciò che la società dell’epoca riservava alle donne. Ebbe un solo figlio e una schiera di ammiratori infinita.

Morì all’età di 70 anni sotto i bombardamenti della seconda guerra mondiale, dopo aver girato il mondo, scritto libri e vissuto intensamente.

Fu musa di artisti quando era in vita e anche dopo, come dimostra l’opera di Piero Fornasetti, ossessionato dal suo volto, tanto da riprodurlo centinaia di volte.

Enigmatico, irriverente, metafisico, quel volto rappresenta come pochi altri il concetto di una bellezza classica fuori dal tempo. Eterno.

Quel tipo di bellezza che non teme il tempo, né il lato oscuro del suo passaggio. Eterno perché vive nell’istante, come un ricordo indelebile.  Credo che questo abbia permesso a Fornasetti di farlo riaffiorare dal passato, come se fosse nuovo.

Il suo volto, nel lavoro di Fornasetti, rimane l’emblema di una femminilità insondabile. La fissità dello sguardo, la perfezione dei tratti, le pose ironiche o ermetiche denunciano chiaramente l’impossibilità di risolvere il mistero.

Le Muse sono tra noi.

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Bello.

Tempo fa ho partecipato con molto piacere a un progetto di Mario Vespasiani sul tema delle Muse nell’arte, ma con un ampio respiro che comprende la musica, la letteratura e anche la moda. Il mio apporto era una riflessione su di un tema che mi ha sempre affascinato e incuriosito e che è poi stata inserita in questo bel volume di fotografie realizzate dall’artista.  Foto che ritraggono la sua musa: Mara.

Si potrebbe dire che Mara è per Mario un doppio, tanto ben riuscito al punto che io riesco a percepire persino una sorta di somiglianza fisica tra di loro. Mara è la parte femminile che completa l’unità ideale verso cui tendere, molto più di un’ispirazione.

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Il libro indaga, attraverso le immagini, tutte in bianco/nero, le innumerevoli sfaccettature di una Musa, che misteriosamente è in grado di apparire sempre diversa pur rimanendo fedele a se stessa.  L’artista sperimenta attraverso la sua Musa un’alterità che solo a tratti si fa avvicinare. E questo eterno rito di avvicinamento e allontanamento risulta infine la parte affascinante del processo. Mutevole e quindi sempre nuovo.

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Ringrazio Mario Vespasiani, che con fiducia ha messo a nudo un percorso personale e suggestivo, regalandoci immagini sincere, profondamente intime.

Visionari. 2

monica vitti

Bello(a).

Da un po’ di tempo mi torna in mente il viso di Monica Vitti, che periodicamente viene citata come esempio di icona moderna al di là del tempo in cui ha calcato le scene.  Non ultimo l’omaggio di Letitia Casta a Sanremo, carino certo, ma dimenticabile.

La Vitti rimane sempre più l’esempio di un pezzo unico.  Una bionda, con i modi da rossa e lo sguardo da bruna, praticamente il giro del mondo in una sola persona. Una specie di aliena anche per la moda, che non è mai riuscita a definirne lo stile, forse perché non esiste un catalogo per le dee. A suo modo una visionaria, per aver inventato (o magari solo assecondato) un tipo di donna che non esisteva negli anni ’60 e nemmeno ancora oggi.

Sentir parlare di grande bellezza a destra e a manca, il più delle volte a sproposito, mi provoca immancabilmente il desiderio di rifugiarmi in storie come questa, dove la bellezza non ha bisogno di essere chiamata ‘grande’.  Semplicemente si spiega da sola.

Delle Muse e della Moda.

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Muse 6 Babe Paley

Mario Vespasiani

Bello.

L’artista Mario Vespasiani qualche tempo fa mi ha inviato il materiale relativo al suo ultimo, interessante progetto: Mara as Muse, che comprende, oltre alle opere, un cortometraggio e un videoclip ispirato a questa figura, la musa per l’appunto. Dopo uno scambio di opinioni è nata la voglia di partecipare alla discussione con un contributo che riguarda la moda. E’ naturalmente una riflessione parziale, che conto di riprendere in futuro, dato che il tema mi appassiona.

Le Muse e la Moda

Nella descrizione delle nove Muse, figlie di Zeus, nessuna sembra dedicarsi al campo dell’abbigliamento, eppure la moda da sempre non ha saputo fare a meno di queste figure mitiche quanto modernissime.

Nella moda il termine assume un significato specifico, che Quirino Conti ha sapientemente descritto nel suo libro “Mai il mondo saprà. Conversazione sulla moda”:

Lei sola, con sprezzo e indifferenza, oserà indossare ciò che, unicamente per lei e per la sua audace, sperimentale temerarietà, il couturier aveva azzardato. Ne diverrà l’amico, il confidente, e da un solo sguardo veloce e saettante, da un silenzio, da un diniego o da un troppo sonoro entusiasmo egli saprà trarre conclusioni preziose ed essenziali, per poi redigere e ridisegnare in forme, colori e materie quel particolarissimo e inconfondibile stile.

Qualcuno l’ha definita addirittura “la creatura che genera il suo autore”, il che ci fa intuire quale rapporto di reciproco scambio, spesso essenziale, si instaura tra i due in un determinato periodo o a volte per tutta la vita. E’ il caso di Isabella Blow, scopritrice di un giovanissimo e immenso talento come quello di Alexander McQueen e poi divenuta sua musa imprescindibile; due personalità talmente in simbiosi da condividere persino la stessa morte suicida.  Sembrano confondersi così anche i confini tra genio ispirato e musa ispiratrice: quale dei due crea per primo? Ma in questo caso appare forse qualcosa di più estremo: l’incapacità di continuare a creare in assenza di colei che aveva rappresentato l’ideale in carne ed ossa.

La musa per un couturier era ed è spesso anche modella, così che Yves Saint Laurent arrivò a dire che una vera modella può anticipare la moda di dieci anni. Giusto per rimarcare ancora l’importanza in termini di ispirazione della musa, che può rappresentare il punto di arrivo di un percorso creativo, mentre ancora si sta svolgendo; come dire la sintesi in immagine di un ideale.

Chi sono state le muse dei padri della moda? Charles Friederick Worth, l’inventore della haute couture, fu il primo ad utilizzare una modella per presentare le sue invenzioni. Quella prima modella (una commessa del grande magazzino in cui lavorava all’inizio della sua carriera) divenne poi sua moglie e musa ispiratrice, colei che indossava le sue creazioni più innovative e le pubblicizzava con la sua persona nei luoghi in cui si andava “per farsi vedere”. Lo stesso fece Paul Poiret, il re della Belle Époque, sposando Denise Boulet, donna di una bellezza moderna, per cui era considerata una delle signore più eleganti ed estrose di Parigi. Dopo di lui arrivarono le grandi donne della moda: Coco Chanel, Madeleine Vionnet ed Elsa Schiaparelli.  La prima, Coco, cambiò le carte in tavola divenendo musa di se stessa, esemplificazione vivente della sua moda che era definita “la povertà di lusso”. Lei, con il suo taglio alla garçonne, gli abiti maschili e la cascata di gioielli falsi. In realtà anche lei ebbe bisogno di una figura ispiratrice, Misia Sert, che la introdusse negli ambienti artistici della Parigi effervescente delle avanguardie. Misia era colta, ricca ed eccentrica, tutto ciò che Coco avrebbe desiderato essere. Tutto ciò che la sua moda avrebbe dovuto rivestire.

Per Christian Dior la musa ispiratrice era Mitzah Bricard, al suo fianco sin dagli esordi e che lui definì: una di quelle rare persone di oggi la cui unica ragione di vita è l’eleganza. Una donna con l’allure di una diva e lo stile innato di un’eroina chic. Qualcuno potrebbe erroneamente immaginare una fashion-victim dei nostri giorni, ma si sbaglierebbe. In qualche modo Dior descriveva un vero, autentico dandy al femminile, in un’epoca in cui questa figura aveva ancora una possibilità di esistere.

Per Christobal Balenciaga le cose andarono un po’ diversamente: tanto fu tardivo Dior con il suo ingresso nella couture, tanto invece fu precoce Balenciaga, che si racconta ebbe la sua prima, indimenticabile musa nella marchesa Blanca Carrillo de Albornoz y Elio. La leggenda racconta che, ancora adolescente, rimase folgorato dalla sua eleganza mentre usciva da una chiesa. Audacemente le rivolse la parola, promettendole di confezionarle un abito simile a quello che indossava. Evidentemente la sua audacia era pari alla sua bravura, perché la marchesa divenne poi la sua protettrice e mecenate, oltre che prima ispiratrice di uno stile sontuoso e senza sbavature.

Un capitolo a parte merita la Marchesa Luisa Casati, musa di artisti ma anche di couturier come Fortuny, Poiret ed Ertè. Figura eccentrica ed eccessiva per eccellenza, con i suoi occhi bistrati, il viso bianchissimo e i capelli fiammeggianti, colei che a tutti i costi voleva essere un’opera d’arte.

Da queste poche figure si evince che le muse nella moda sono state sempre anticipatrici di un tempo ancora da venire. Eroine di una avanguardia difficile, a volte impossibile da capire per i loro contemporanei. Una boccata di futuro per i creatori di moda, che hanno attinto alla loro modernità per immaginare la donna che le altre donne avrebbero desiderato essere, prima ancora di saperlo.

Per Yves Saint Laurent, protagonista eccellente della moda del ‘900, nonché personalità sfaccettata, una sola musa non era sufficiente. La sua complessità fu rappresentata da due figure agli antipodi e complementari: Loulou de la Falaise e Betty Catroux. La prima il lato gioioso e solare, la frenesia della creazione in atelier, la seconda il lato oscuro del genio, notturna e destabilizzante. Entrambe indispensabili e rappresentative di una moda che poteva vestire donne così diverse, ma sempre uniche. Alla morte di Loulou de la Falaise, nel 2011, i giornali titolarono: L’ultima grande musa, intendendo in questo modo sottolineare la fine di un’epoca, di un modo di intendere la moda. Quella che finiva era l’epoca dei couturier, sostituiti prima dagli stilisti e poi dai direttori artistici; la couture sostituita dalle logiche dell’industria.

Che ne è stato delle muse?

Nel secondo dopoguerra i grandi fotografi come Irving Penn, Richard Avedon e Cecil Beaton hanno ritratto donne dalla personalità spiccata che frequentavano abitualmente ancora quell’ambiente inconfondibile dell’haute couture: Marella Caracciolo di Castagneto, Bettina Ballard,  Millicent Rogers, Babe Paley, Gloria Guiness…  Negli anni ’60 e ’70 iniziò l’epoca delle grandi modelle-muse, che rappresentavano perlopiù un ideale giovanile (Twiggy, Veruschka) per proseguire poi negli anni ’80 con le top-model, camaleontiche e protagoniste assolute, tanto da prevalere sugli abiti. Gli anni ’90 con il minimalismo nella moda riportarono l’attenzione sugli abiti e per un breve periodo sembrò che le muse non avessero più grande appeal. Ma l’illusione ha avuto vita breve se personaggi come Kate Moss da più di vent’anni continuano a ispirare e dirigere le fantasie dei creatori di moda. Non a caso nel 2009 il Costume Institute del Metropolitan Museum a New York ha dedicato al tema una mostra dal titolo esemplificativo: The model as Muse: Embodying Fashion.

Ma possiamo ancora parlare di muse? In realtà il termine oggi suona un poco obsoleto ed è stato sostituito da un’altra parola: icona, che sposta l’attenzione dal contenuto all’immagine pura e semplice. Ed è evidente che in un tempo come quello presente, in cui la velocità fagocita parole e gesti, cosa c’è di più immediato di un’immagine? Le icone di stile, moderne muse, invadono di preferenza i social network, si fanno immortalare dai blogger, dettano legge in fatto di moda sulle pagine delle riviste di tendenza. Per loro parlano le immagini da sole, senza bisogno di spiegazioni o esternazioni colte.

Eppure il termine musa non smette di affascinare i creatori di moda, come dimostra l’ultima campagna pubblicitaria di Marc Jacobs per Louis Vuitton, in cui Steven Meisel immortala sei muse contemporanee, attingendo a personaggi “storici” come Catherine Deneuve, classici come Sofia Coppola e infine più moderni come le modelle Edie Cambell e Caroline Maigret.

Forse qualcuna delle Muse sopravvive, lontana dai riflettori, presente negli atelier dell’alta moda, che incredibilmente resiste ancora in questi tempi di fast and furious. Ma si sa, la vera bellezza è spesso talmente lontana dai luoghi comuni da risultare ostica. E, come in passato, le muse sono ancora quell’avanguardia che necessita di un tempo lungo per essere compresa, troppo lungo. Oggi più di ieri.