E Miuccia parlò.

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Brutto?

Resto dell’idea che un’opera d’arte o di creatività, che sia espressamente visiva, se spiegata da chi l’ha ideata, perde di forza. Tanto varrebbe allora non realizzarla e pubblicare piuttosto un trattato sull’intenzione, un racconto sulla visione di qualcosa che è solo nell’immaginazione. Quello che di solito fanno gli scrittori e che è appunto il mestiere di scrivere.

Sarò sincera, a leggere l’intervista a Miuccia Prada mi sono annoiata, e ancora di più ad ascoltare dalla sua viva voce il racconto della sua vita tutt’altro che appassionante.  Al di là dei gusti personali, trovo comunque più interessante guardare i suoi abiti.

Quale epopea potrà mai suggerire il percorso di una borghese benestante il cui massimo atto di coraggio è stato quello di frequentare in età giovanile i circoli di sinistra? Credo che dovremmo tutti darci un taglio sull’interpretazione dei termini: coraggio è un’altra cosa.

Un altro termine che ricorre insistentemente nei discorsi di Prada è intellettuale e anche qui noto che l’interpretazione è soggettiva. Ma non posso evitare di sorridere ogni volta che il fare moda in un contesto commerciale è abbinato a questo termine.

Poi c’è la parola che più di tutte ultimamente merita il podio: borghesia.  A quanto pare ci si è dimenticati davvero da dove arrivi questa classe sociale. Napoleone Bonaparte fece di tutto per far si che la colta aristocrazia infondesse un minimo di buon gusto in quei parvenu che si erano arricchiti dall’oggi al domani con traffici e speculazioni durante e dopo la rivoluzione francese. Diciamo pure che borghese non era proprio sinonimo di raffinato. Poi la storia ha fatto il suo corso e dal cinema abbiamo altri rimandi: mi vengono in mente titoli come Un borghese piccolo piccolo o Il fascino discreto della borghesia, e anche in questi casi il termine non ne esce bene.

Però c’è insistentemente qualcuno che vuol farci credere che invece no, che questa attitudine borghese è ormai il massimo di quel portamento cool diventato obbligatorio negli ambienti giusti.

E poi c’è la questione del brutto che Prada si vanta di aver sdoganato nell’unico ambiente in cui ancora non era stato fatto: la moda. E c’è da chiedersi perché non fosse stato fatto?  Conoscete qualcuno il cui desiderio sia quello di comprare abiti brutti?

Qui non si tratta di perorare necessariamente la causa della moda sexy o pretty, quanto piuttosto di considerare che quando si vestono, le persone tendono naturalmente a voler migliorare il loro aspetto fisico. A prescindere dal fatto che poi ci riescano o meno.

D’altra parte penso che Prada abbia piuttosto imparato alla lettera la lezione di Diana Vreeland, quando diceva di aggiungere un tocco kitsch al suo stile per dare più forza a tutto il resto. Tutto qui.

Insomma, io non mi sforzerei, come fanno in troppi, a vivisezionare queste perle di understatement, che a furia di essere analizzate, stanno diventando quello che non vorrebbero mai essere: dei puri e semplici clichè. Alla faccia di chi afferma che la signora ha sbaragliato tutti i cliché.

Bottega Veneta: quel fascino discreto della borghesia.

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Bello?

Bottega Veneta collezione SS 2014 firmata dal direttore creativo Tomas Maier.  Una collezione tutta giocata sulla quantità di tessuto e sulle possibilità decorative del tessuto stesso, lasciato solo protagonista, senza l’aggiunta cioè di elementi distrattivi.

Il catalogo è pieno: ruches, volant, plissé, drappeggi, sovrapposizioni.  Il risultato non sempre è all’altezza delle aspettative: gli abiti a volte appaiono spiacevolmente rigidi, complice anche la lunghezza a metà polpaccio che rende tutto più pesante. Dove la lunghezza non va al di sotto del ginocchio, l’abito in effetti si alleggerisce e consente anche giochi di strati più esasperati.

Il richiamo a un certo aplomb borghese è lampante, come del resto sembra chiaro il target del marchio. Quello che non mi convince fino in fondo è l’atteggiamento a metà strada tra una signora classica (vedi gli accessori e l’immagine fisica) e il desiderio di sovra-costruzione che vorrebbe essere un po sperimentale, ma giusto un po.

Il ricorso all’immagine della signora di una certa classe (anche sociale), che morde il freno della modernità mi appare già un poco usurato e noto che qualche volta sprigiona anche una discreta antipatia. Di questi tempi sempre più difficile sembra il ricorso alla scusa che solo se ci sei nata appari ‘in quel certo modo’.  Molte, troppe sono le eccezioni evidenti.

Allora credo sarebbe più gradevole non usare troppi ‘vorrei ma non oso’.  E infondere maggiore coraggio anche nei vestiti.