Avanguardia non è solo una parola.

A model presents a creation from the Prada Autumn/Winter 2016 woman collection during Milan Fashion Week

Brutto.

Prada, come già altri, si accoda alla nuova onda dei prontisti e annuncia che la sua collezione di borse sarà in vendita subito dopo la sfilata.  Ma dirlo così, semplicemente,  non sembra fare il giusto effetto.

Allora la macchina da guerra della comunicazione più all’avanguardia si mette all’opera per coniare questa perla di slogan: See Now Buy Now.

Altri tempi quando Madeleine Vionnet (era il 1924!) con i suoi abiti in sbieco, perfetti per vestire più taglie, a parte l’orlo che veniva sistemato mentre la cliente sorseggiava un tè, creava la collezione Made While You Wait.

La collezione era per il mercato americano e lei fu tra le prime ad aprire una boutique a New York e certamente con quella collezione fu la prima a sperimentare qualcosa che molti anni dopo si sarebbe chiamato pret-à-porter. Quel titolo, quelle parole significavano una presa di posizione in fatto di innovazione, proposta, novità e conseguente rischio.  Oggi le parole nella moda mi sembrano svuotate di tutto questo, sono spesso utili per riempire vuoti di idee. Sono buone per spacciare per sostanza ciò che è solo apparenza.

Altri tempi quelli di Vionnet, ma soprattutto un altro uso del linguaggio, che seguiva i fatti, concreti, sostanziosi, e non viceversa.

 

Donne senza gonne.

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Brutto.

Prada, pre collezione autunno-inverno 2016/17.

Non è certo la prima volta, già nel 2007 aveva mandato in passerella modelle in mutande e per rinforzare la presa di posizione nel 2012 dichiarava: “La mutanda è un oggetto che mi piace moltissimo”.

Non è quindi con stupore che mi accingo ad osservare questa collezione, che mi lascia moderatamente indifferente e quindi mi soffermo sulla parte inferiore degli outfit che mi appare immediatamente come il tentativo della stilista. mai sazio, di apparire contro-corrente.

Una boutade, un gesto puerile, un infantile vezzo;  perdonabile difetto.  Ma attenzione, perché contro-corrente si può solo esserlo.

Lo sforzo di sembrare vanifica i risultati, lascia trapelare una inadeguatezza, una posa che è poco meno che spocchiosa.

Posso immaginare che da quando i leggings popolano e spopolano sulle nostre strade, fregandosene del buon gusto o giù di lì, portarli in passerella sembrerebbe superfluo.  E’ perciò opportuno andare oltre: la calzamaglia quindi.

E qui vai a tirare in ballo ispirazioni forse medioevali, sicuramente secentesche (!), perché non esiste di immaginare altro che non sia squisitamente intellettuale.

Il gioco della moda è anche questo: far brillare ciò che altrimenti sembrerebbe insignificante.

E Miuccia parlò.

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http://video.d.repubblica.it/moda/miuccia-prada-il-mio-mondo-libero/3969/4106?ref=fbpd

 

Brutto?

Resto dell’idea che un’opera d’arte o di creatività, che sia espressamente visiva, se spiegata da chi l’ha ideata, perde di forza. Tanto varrebbe allora non realizzarla e pubblicare piuttosto un trattato sull’intenzione, un racconto sulla visione di qualcosa che è solo nell’immaginazione. Quello che di solito fanno gli scrittori e che è appunto il mestiere di scrivere.

Sarò sincera, a leggere l’intervista a Miuccia Prada mi sono annoiata, e ancora di più ad ascoltare dalla sua viva voce il racconto della sua vita tutt’altro che appassionante.  Al di là dei gusti personali, trovo comunque più interessante guardare i suoi abiti.

Quale epopea potrà mai suggerire il percorso di una borghese benestante il cui massimo atto di coraggio è stato quello di frequentare in età giovanile i circoli di sinistra? Credo che dovremmo tutti darci un taglio sull’interpretazione dei termini: coraggio è un’altra cosa.

Un altro termine che ricorre insistentemente nei discorsi di Prada è intellettuale e anche qui noto che l’interpretazione è soggettiva. Ma non posso evitare di sorridere ogni volta che il fare moda in un contesto commerciale è abbinato a questo termine.

Poi c’è la parola che più di tutte ultimamente merita il podio: borghesia.  A quanto pare ci si è dimenticati davvero da dove arrivi questa classe sociale. Napoleone Bonaparte fece di tutto per far si che la colta aristocrazia infondesse un minimo di buon gusto in quei parvenu che si erano arricchiti dall’oggi al domani con traffici e speculazioni durante e dopo la rivoluzione francese. Diciamo pure che borghese non era proprio sinonimo di raffinato. Poi la storia ha fatto il suo corso e dal cinema abbiamo altri rimandi: mi vengono in mente titoli come Un borghese piccolo piccolo o Il fascino discreto della borghesia, e anche in questi casi il termine non ne esce bene.

Però c’è insistentemente qualcuno che vuol farci credere che invece no, che questa attitudine borghese è ormai il massimo di quel portamento cool diventato obbligatorio negli ambienti giusti.

E poi c’è la questione del brutto che Prada si vanta di aver sdoganato nell’unico ambiente in cui ancora non era stato fatto: la moda. E c’è da chiedersi perché non fosse stato fatto?  Conoscete qualcuno il cui desiderio sia quello di comprare abiti brutti?

Qui non si tratta di perorare necessariamente la causa della moda sexy o pretty, quanto piuttosto di considerare che quando si vestono, le persone tendono naturalmente a voler migliorare il loro aspetto fisico. A prescindere dal fatto che poi ci riescano o meno.

D’altra parte penso che Prada abbia piuttosto imparato alla lettera la lezione di Diana Vreeland, quando diceva di aggiungere un tocco kitsch al suo stile per dare più forza a tutto il resto. Tutto qui.

Insomma, io non mi sforzerei, come fanno in troppi, a vivisezionare queste perle di understatement, che a furia di essere analizzate, stanno diventando quello che non vorrebbero mai essere: dei puri e semplici clichè. Alla faccia di chi afferma che la signora ha sbaragliato tutti i cliché.

Il galateo e il fashion addict.

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Brutto.

Le settimane della moda settembrine sono ormai dietro l’angolo e già comincia a mancarmi l’aria immaginando le brutture che riempiranno il web e non solo. No, non parlo in modo specifico degli abiti e degli accessori o dei direttori creativi e del giornalismo di moda. Parlo degli appassionati di moda.

Quest’anno, per favore, evitate di fotografare tutti gli inviti alle sfilate che riceverete per poi condividere la cosa con il resto dei comuni mortali. Innanzitutto perché (anche se non ci crederete mai) al resto del pianeta poco ne cale, ma soprattutto perché la notizia potrà farvi brillare per qualche ora al massimo, poi cadrà nel dimenticatoio come la miriade di altre inutili notizie. Vale davvero la pena dimostrare una caduta di stile così evidente per una briciola di pseudo-notorietà?

Stessa cosa vale per quei filmati che durano appena qualche secondo (di solito la fine delle sfilate), che servono giusto a dimostrare: io c’ero e voi no!

Evitate anche di fotografare tutti gli aeroporti del mondo in cui vi capiterà di stazionare, dimostrando (wow!) che siete davvero parte del sistema, visto che vi tocca persino viaggiare per assistere a queste benedette sfilate.

Evitate di commentare la collezione della Miuccia con il solito trito e stantio frasario: A.M.O., adoro!. gorgeous! (ecc. ecc. ci siamo capiti). Per una volta cercate di mettere insieme un commento di almeno due parole. E magari cambiate anche argomento.

Evitate anche di fotografare l’ultimissima, sconosciuta it-girl appena uscita dalla sfilata (lei si che ha capito come ci si veste!). Tanto lo sappiamo tutti che nessuno di voi si vestirebbe mai così, perché sinceramente fa discretamente cagare.

Ai giornalisti. So che fa parte della prassi consolidata, ma potreste evitare di condividere quei pic (a quanto pare molto ambiti) in cui, all’uscita dell’ennesima sfilata, apparite al massimo della vostra forma e con l’ennesima mise da sfoggiare? Se davvero vi piace il genere, perché non vi proponete come indossatori? O fa troppo cafone?

Ma soprattutto chiederei ai direttori creativi di qualsivoglia marchio o marchietto di evitare proclami di ogni genere. Siamo stufi di sentirli descrivere la loro ultima fatica con spiegazioni altisonanti e sempre uguali. Siamo stufi di sentirli parlare di etica e democrazia e poi di sociologia e arte e chissà di cos’altro.. Si mettano bene in testa una volta per tutte che non salveranno il mondo. Perché quello che fanno (che facciamo), in definitiva, è un mucchio di vestiti inutili. A chi serve l’ennesimo vestito?

Quel new look di Gucci.

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Brutto.

Ma solo a me la collezione cruise di Gucci 2016 ha ricordato tante, troppe cose già viste?

Una shakerata di Prada, Saint Laurent, senza disdegnare nemmeno Chanel. E poi che dire della confusione temporale, schizofrenica direi, che cita i ’60, i ’70, ma anche gli ’80, e perché no, persino l’800 ?

Direte che non capisco la modernità  – E’ il mix and match baby, te ne devi fare una ragione..-

Si certo, ma continuo a pensare che così è troppo facile, allora siam quasi capaci tutti.  Come quando hai davanti un menù pieno di cose allettanti e non sai scegliere, e per non perderti niente, prendi un po’ di tutto. E alla fine del pasto ti viene un mal di pancia memorabile.

Sembra che questa sia (finalmente?) tutta farina del sacco di Alessandro Michele; dopo l’esordio un po’ frettoloso, ora davvero può dispiegare tutte le “novità” in serbo per questo marchio storico. Un redivivo new look, potremmo persino dire.

Non si può nemmeno affermare che manchino nella collezione capi interessanti (pochi, ma ci sono), il guaio è che sembra mancare un filo conduttore, ma sono già pronta a sentire la replica: che è proprio questa assenza il leitmotiv. L’unica costante dell’estetica di questo designer a me sembra la predilezione per i fiocchi al collo, che insieme ai gambaletti color carne creano quell’effetto (tanto ricercato dai seguaci del genere) di perfetta disarmonia, dissonanza o semplicemente kitsch.

Ma continuo a chiedermi: quale novità?

Il tempo del coro – Elogio del solista.

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Bello?

E’ innegabile che durante le ultime sfilate milanesi si stiano palesando due scuole di pensiero, o macro-tendenze, o meglio due rette parallele che temo non si incontreranno mai.

Una è quella che ho battezzato come fattore Prada, e l’altra si potrebbe definire scuola Valentino.  Ecco, di questo secondo gruppo fa parte l’ultima collezione di Alberta Ferretti per l’autunno inverno 2015-16.

Sono le due tendenze che sembra stiano risultando più convincenti sia sul piano mediatico che su quello commerciale. Mentre nel primo gruppo la ricerca è tutta concentrata sull’imperfezione chic (grazie ad Arianna per la definizione!) e sui risvolti concettuali dello straniamento che ne consegue, nel secondo gruppo la ricerca si sposta su un piano prettamente artigianale.  La donna-tipo è un’ancella irraggiungibile e non a caso i riferimenti sono spesso rivolti a un passato molto lontano e classico: il Rinascimento, i pittori fiamminghi, i pre-raffaelliti..

Inutile dire che entrambi i gruppi alla lunga mostrano i loro limiti (e a giudicare dall’ultima sfilata, persino Miuccia sembra essersene accorta), e poiché a me piacciono invece i cani sciolti, resto collegata, in attesa di scorgerne e poterli apprezzare.