La superficie delle cose: la moda al tempo di Google.

moda

Brutto.

Da un po’ di tempo Inès de la Fressange ha una sua rubrica su D di Repubblica. Ho già scritto in passato sull’inconsistenza dei suoi interventi, ma mi tocca tornare sul tema dopo aver letto uno di questi ultimi.  Arrivata alla fine dell’articolo le parole escono spontanee, e non sono lusinghiere..

D’altra parte la stessa Inès confessa candidamente di avere più affinità con le immagini che con le parole, allora non mi spiego il motivo di tanto sforzo.  Ma torniamo al tema dell’articolo: il significato della parola moda.  E qui è facile constatare che lo sforzo sia quantomeno immane.

Ma Inès con il suo piglio naif risolve la questione con un colpo di genio: digita il termine su Google e sta a vedere le immagini che il motore di ricerca le propone. Dopodiché ce le racconta.

E’ mai possibile che una che è stata musa di Lagerfeld, consulente di Gaultier e ha potuto frequentare gli atelier più influenti  abbia così poco da dire in proposito di moda da affidarsi alla casualità (e superficialità) di un motore di ricerca? Parrebbe un giochino per dilettanti, e infatti lo è. Un giochino adatto ad uno studente alle prime armi o a un curioso in vena di cazzeggio. Non certo degno di un intero articolo.

Ed ecco che per fare il pari con la nobildonna ho postato la prima immagine che mi è capitata a tiro in tema di moda.  Una vera schifezza mi direte.

Infatti.

Oui, je suis Inès!

ines

Brutto.

Inès de la Fressange è un mito: riesce a parlare di niente con una leggerezza davvero charmante..

Racconta che all’ultima fashion week parigina è andata solo alla sfilata di Chanel perché le scenografie create da Lagerfeld sono imperdibili! Dice che l’età è un’attitudine, non un numero. Ci tiene a precisare che è molto indaffarata per la retrospettiva su Roger Vivier. Enfin!

Ma credo che il suo meglio l’abbia dato nella stesura di uno dei libri più inutilmente celebrati della storia della moda: “La Parisienne”.

La Parigina in questione naturalmente è lei, ça va s’en dire, monumento vivente di un classico cliché.  Il libro è la rivisitazione di tutti i luoghi comuni riferiti al vestire e all’apparire in società. Terribilmente scontato, oltre che, a mio avviso, datato, un po’ come la Parigi da cartolina.

A volte la distanza tra l’essere chic e l’essere banali può essere molto breve.