L’ultima sfilata.

sfilata

Brutto.

Le sfilate ai quattro angoli del mondo che conta sono terminate e avendo messo un tempo sufficientemente lungo tra loro e il presente, mi sembra il momento adatto a qualche riflessione sparsa.

Per chi ancora si chiede a cosa servono le sfilate ci sarebbero un numero cospicuo di risposte e topos possibili, che sono poi le alternative proposte dai vari marchi o creativi.

C’è quello che usa il termine show in tutto e per tutto. e concepisce quei venti minuti scarsi come un exploit mediatico, capace di trainare, in mancanza o scarsità di altri argomenti.  C’è lo spettacolo che si avvale di mezzi più sostanziosi: arte in primis. Sotto sotto ambisce a diventare costume ed entrare a buon diritto nella storia dei cambiamenti. In realtà si serve dell’arte con fare da antico mecenate: io ti do, tu mi dai.

C’è poi chi intende la sfilata come un parto (doloroso appunto) e inscena travagli che dovrebbero essere pieni di pathos. Ma rimangono il più delle volte scatole vuote a testimonianza del ‘già visto’.  Ci sono i puristi del nudo e crudo: niente orpelli, siamo qui per vendere. Onesti certo, ma noiosi.

C’è la sfilata offerta come il fiore all’occhiello per schiere di fashionistas più concentrati sull’esibizione personale che su quanto avviene in passerella. La speranza, in questi casi, è quella di cavalcare un’onda corta, purchè sia.  Ci sono sfilate di rara bellezza compositiva, che comunque nulla aggiungono a un prodotto che parla da solo. In questo caso sembra che il defilè sia più o meno una prassi.  Ci sono sfilate fintamente divertenti, che strizzano l’occhio alla leggerezza, tirando in ballo la voglia di contrastare la crisi. Ma si intuisce che i primi a non divertirsi sono proprio gli ideatori.

Ci sono poi sfilate che tentano di rompere gli schemi. Difficile, se non impossibile. E’ probabile che sia proprio il mezzo che lo impedisce.  Attualmente c’è chi sta pensando a presentazioni per pochi intimi negli ateliers, come si faceva una volta. Trovo che sia ridicolo tornare indietro per andare avanti.

La questione è certamente anche economica: intorno alle sfilate girano un bel mucchio di soldi e l’indotto che collabora volentieri è notevole e variegato..  Io però resto ottimista, nutro speranze nelle proposte degli outsider, quelli che delle sfilate hanno già fatto bellamente a meno o quasi, trovando un loro modo originale.  Sperimentando magari un futuro ancora troppo lontano per tutti, non per loro.

9 thoughts on “L’ultima sfilata.

  1. La sfilata è uno status-symbol: chi sfila è GRIFFE chi non sfila è NESSUNO.
    Per questo tutti ambiscono a sfilare, è il sogno di chiunque faccia moda: che sia studente del primo anno in Marangoni oppure annoiato senior designer in colossi del fashion che segretamente alla scrivania immagina un proprio label mentre disegna per accrescere invece il label di qualcun altro.
    Gli outsider intesi come “talenti indipendenti” ci sono ma non sono aiutati, nè supportati, diversamente da come invece avviene in Francia per esempio, o in Olanda, o nel nord Europa in generale.
    Poi si sa…l’Italia è il paese dei clientelismi e intrallazzi, giochi di potere e cognomi che aprono e chiudono porte a piacimento, quindi se Lapo Elkan (che mi sta pure simpatico nella sua imbecillità) disegna un paio di occhiali o una terrificante poltrona è un genio e MERITALIA la espone come un riedito “David” del Donatello – mentre ci sono talenti sprecati qua e là che non riescono ad emergere o non ci provano neanche.
    In sunto la sfilata è sfilata: noiosa, ripetitiva, barbosa, rindondante, esagerata, sottotono, psichedelica, spettacolare, travagliata, chissenefrega, l’importante è sfilare per essere QUALCUNO – l’alternativa è poter vantare un cognome “apripista”. Tutto il resto SON NESSUNO.
    Ciao.

    1. Sono grossomodo d’accordo sulla tua realistica analisi, ma rimango perplessa sul finale. Quel SON NESSUNO suona come un segno di disfatta, che francamente non condivido. Pur non essendo un’idealista, credo che tutto il resto sia quel futuro che la maggior parte stenta anche solo a intravedere..

      1. Ciao, il “SON NESSUNO” non è segno né di disfatta né di rassegnazione, è semplicemente realismo, infatti i talenti italiani per avere credito ed uscire dallo svilente anonimato dell’essere “NESSUNO” vanno all’estero – molto dirett creativi di Maison famose sono italiani andati a Parigi perché qui nessuno li considerava…non ultimo il Dir Art. di Hermes Maison…
        Quindi per me il “resto” di cui parli è l’anonimato e l’infrangersi di speranze – a meno di botte di fortuna inattese e inaspettate…(Tipo Philippe Nigro al VIA – francese – di 2 anni fa per esempio…certo non grazie a iniziative italiane).
        In Italia c’è la paralisi totale, e quel “futuro” che anche io stento a intravedere mi auguro ci sia davvero e tu abbia quindi ragione, ma sono dibbiosa…
        A bientot!

      2. Francesca, capisco benissimo quello che vuoi dire. 25 anni di permanenza in questo settore non sono passati inutilmente.. E ciò nonostante mi sento ancora (troppo) spesso un’aliena. Ma non è nella mia natura aspettarmi molto: né da questo Paese, che comunque amo, né da un settore che troppo spesso premia la facciata o la fortuna. Prendo le mie grandi soddisfazioni da altri settori della vita, che ho imparato essere ben più importanti. Ma sto andando fuori tema..
        Comprendo che per un giovane che si affacci adesso al settore la sensazione sia svilente. Però l’andare all’estero per trovare opportunità a me non sembra uno svantaggio. Io l’ho fatto quando avevo 19 anni ed è stata un’esperienza fondamentale. Viviamo in un villaggio senza confini oramai. Se il futuro pretende un cambiamento di prospettive, perché non pensare che ci sia anche del positivo? Per il resto penso che non si debba smettere di essere fiduciosi, nonostante tutto. La perdita della speranza è la perdita del futuro. Dopo non c’è più niente.

      3. Ciao! Non ho mai detto che andare all’estero sia uno svantaggio, ho solo detto che è necessario! Il vero vantaggio tuttavia, nella mia opinione, sarebbe POTER SCEGLIERE se restare o partire (quindi avere opportunità anche in questo Paese).
        Io sono sempre stata in questo Paese ed è stata altrettanto un’esperienza fondamentale – la vita stessa è un’esperienza fondamentale, ovunque la si viva!
        Sono abbastanza fiduciosa nonostante tutto, il punto è in cosa ho fiducia; mi sembra che nessuno possa ragionevolmente, alla luce dei fatti attuali e della situazione politico/economica di oggi, credere realisticamente che questo Paese potrà risolvere la situazione senza quello stravolgimento radicale che i politici “auspicano” ma non “attuano”.
        Quindi, a meno di un Miracolo (sono Cattolica Cristiana credente) o di una Rivoluzione (a mo’ di Rivoluzione Francese) mi sa che qui di vero “futuro” ce ne sia poco e per pochi – infatti l’anno passato più di 40.000 italiani sono emigrati in Germania in cerca di lavoro…
        La fiducia è importante e l’ottimismo anche ma la ragionevolezza deve essere sovrana, in fondo sono i fatti che contano! Questo è il mio parere.
        Ciao.

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