Arsenico e merletti – Belle da morire.

verde arsenico

Brutto?

In piena epoca vittoriana le donne amavano vestirsi di una particolare tonalità di verde. Era il colore di tendenza e non c’è dubbio che le signore in questione fossero delle autentiche fashion-victims perché quel colore era a base di arsenico.

Niente a che vedere con le moderne fashion-victims che nel peggiore dei casi rischiano solo di rendersi ridicole…  Indossare quegli abiti, quelle stole, quei copricapi impregnati di veleno poteva provocare orribili sofferenze fino ad arrivare alla morte precoce.

Ma non è tutto. Quegli abiti lasciavano dietro loro una scia nefasta: ne subivano le conseguenze tessutai, sarti, ricamatrici, lavandaie, domestici. E poi ancora mariti ed accompagnatori che stringevano le dame durante i balli mondani e persino i bambini che venivano abbracciati o tenuti in grembo dalle eleganti e letali mamme.

Sembra che le donne (ma anche uomini) continuassero ad usare i tessuti tinti con quel colorante anche dopo che erano stati resi noti gli effetti funesti che comportavano, arrivando persino a impiegarli per tappezzare intere stanze.

Alcuni degli abiti all’arsenico, insieme con altri capi altrettanto dannosi per la salute, saranno in mostra al Toronto’s Bata Shoe Museum dal 18 Giugno fino al 2016 nella mostra Fashion Victims: The Pleasures and Perils of Dress in the 19th Century.

Il direttore del museo tranquillizza i visitatori circa il pericolo che potrebbe derivare dall’accostarsi a quegli abiti (a meno di leccarli, dice lui…).

C’è da credergli?

Clone di mamma!

principessa

Brutto.

I condizionamenti sulle bambine in tema di abbigliamento sottendono a significati che vanno ben oltre la moda e che raramente le stesse mamme si soffermano ad analizzare.  Il pensiero comune le vuole iper-femminili, seduttive e persino compiacenti, mentre quando non si adeguano vengono definite maschiacci.

E’ triste constatare che nella sfera dell’infanzia l’emancipazione femminile sembri rimasta ferma agli anni ’60, o giù di lì. L’eroina delle bambine degli anni ’70 era Pippi Calzelunghe, l’eroina di queste bimbe è Violetta (nomen omen).

Nessuno si stupisce se le piccole si esibiscono in balletti da veline o mosse prese dall’ultimo video hard della pop star in voga.  Come se quel linguaggio corporeo fosse in fondo una palestra per esercitarsi al tipo di femminilità prevista e prevedibile.  Gli abiti, poi, arrivano di conseguenza: paillettes, micro-top e accessori che sono la replica in piccolo di quelli delle loro mamme. Piccole cose che pesano come macigni sulle spalle di queste bambine.

Le loro mamme le chiamano tutte principesse, pensando  forse di distinguersi; le vestono obbligatoriamente di rosa/fucsia/violetto.  Allestiscono per loro camerette che traboccano di questi colorini melensi tanto da farne indigestione, e poi le bimbe arrivano nei miei laboratori con un cliché ben stampato in testa.  A questo punto il lavoro di sottrazione per restituire loro libertà di espressione diventa davvero difficile..