L’aria che tira.

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Bello.

Bisognerebbe che si imparasse a osservare con più attenzione, da ogni parte. Il lato B delle cose può riservare autentiche sorprese.

Sono dell’idea che le persone vadano apprezzate per ciò che fanno piuttosto che per ciò che dicono.

Però mi rendo conto che si tratta di un’idea del tutto fuori moda.

La fretta (2).

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Brutto.

Sono convinta che la moda sia rimasta legata a una visione settecentesca in fatto di qualità e valore. Non dico che non ci siano state esperienze veramente innovative, ma ciononostante l’intero comparto vive e si muove ancora con quel concetto che recita più o meno così: il lusso è abbondanza.

Ne ho la conferma ogni volta che osservo le spinte centrifughe che orientano i grossi gruppi; la velocità che ormai è l’unico mantra: velocità = novità. L’affanno generale è sempre quello di sfornare più pezzi, per soddisfare desideri che nessuno più sa nemmeno di avere. D’altra parte il desiderio ha soppiantato il bisogno, non è vero? Allo stesso tempo però quel desiderio dura solo un attimo, perché il mercato si affretta a soddisfarlo ancora più velocemente.

La quantità di vestiti e accessori prodotti in tempi sempre più corti provoca qualche conseguenza, che generalmente non sembra preoccupare molto, ma invece credo che dovrebbe farci riflettere. Ritorniamo al tema del desiderio: smettere di desiderare significa anche smettere di immaginare, svuotare di significati allegorici e personali gli oggetti o le azioni. Ogni desiderio è in fondo uno stimolo per la creatività e la spinta verso il futuro, l’opportunità di creare delle occasioni. Insomma potremmo paragonare il desiderio alla miccia che innesca l’incendio.

Non possiamo stupirci allora se una massa di bulimici ha smesso di immaginare e viaggia con la testa immersa in una realtà virtuale sempre più invasiva.

In tema di abbigliamento, cosa fanno i grandi marchi? Rilanciano la posta creando l’ennesima collezione quasi in tempo reale o trasformano il mondo in una passerella globale, che sia Cuba o Rio fa lo stesso, purchè desti l’attenzione mediatica di qualche giorno.

L’abbondanza prima di tutto. Nel settecento o giù di lì riguardava i metri di tessuto, i ricchi ricami e le forme via via più ingombranti; oggi riguarda la velocità e la smania di essere presenti, pervasivi, convincenti.

Abbondare in follower, in passaggi sui social, in scatti condivisi, notizie, pubblicità, eventi.

In tutto questo delirio di onnipresenza che fine hanno fatto gli abiti, da cui tutto è scaturito? Molti, anzi moltissimi sono finiti negli outlet, nei mercati o nelle discariche, qualcuno in armadi che non ne avvertivano la mancanza.

Che fine hanno fatto gli stilisti lo sappiamo bene.

 

A volte ritornano. (I bigotti).

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Brutto.

La notizia oramai è risaputa: la Rai, Radiotelevisione Italiana stabilisce il nuovo dress-code per i giornalisti che appaiono in video, con un’attenzione particolare per quelli di sesso femminile. E la direttrice di Rai 3, Daria Bignardi, convoca immediatamente gli addetti ai lavori per puntualizzare che non saranno ammesse scollature, tacco 12, trucco, parrucco e accessori vistosi, nonché i tubini neri, giudicati troppo sexy. Sobrietà è il nuovo diktat.

In questa frenesia neo-talebana sono ritenute sconvenienti anche le braccia scoperte, che notoriamente veicolano un’immagine altamente peccaminosa.

Sono molte le considerazioni che si potrebbero fare (e che sono state fatte già da altri), a me interessa piuttosto riflettere sul significato che questo restyling assume in termini di stile, appunto.

Su tutto questo nuovo corso aleggia una parola chiave, che non viene però mai menzionata, ma si intuisce immediatamente: buon gusto.

Che cosa significhi buon gusto, ce lo siamo chiesti fino allo sfinimento. Inutilmente, perché, a parte la retorica che si trascina dietro, il buon gusto semplicemente non esiste. Esiste quello che ognuno definisce come gusto personale. E infatti non faccio fatica a riconoscere dietro queste regolette appena emanate, il gusto personale della signora Bignardi e il suo radicalismo chic.

Il problema, da sempre, nasce quando una opinione personale diventa talmente invasiva e perentoria da venire confusa come una esigenza generale. E chi se ne fa portavoce, come il detentore di una verità diffusa.

Personalmente troverei adorabili, in televisione o altrove, acconciature vistose appoggiate sopra teste pensanti. Ma allora non si tratterebbe più di una operazione di restyling, che riguarda, si sa, solo una facciata. Allora si, potremmo parlare di un cambiamento; ma i cambiamenti costano fatica, richiedono coraggio, prevedono assunzione di responsabilità.

Molto meglio accontentare il parterre dei benpensanti, e in un sol colpo azzerare il tentativo di andare avanti anziché quello di tornare indietro.

Bagarini alle sfilate.

Horozontal old fashioned elegant theater stage

 

Bello??

Ecco trovata la soluzione al dilemma.

Che ce ne facciamo delle sfilate che, da più parti, ci dicono essere diventate obsolete? Semplice, le facciamo diventare uno spettacolo a pagamento.

Leggo da Pambianco News che la novità è già in atto, perlomeno in quel di New York. I biglietti vanno via come il pane, tanto che si stanno già mettendo in prevendita gli show di settembre. E non pensate che i ricavi siano di poco conto, visto che si parla di cifre che arrivano anche a 3.500 euro a persona (comprensivi di visita nel backstage e stretta di mano allo stilista).

Pensare che la soluzione era così lampante, con tutti quei parvenue pronti a dar via un rene pur di presenziare alla sfilata dello stilista di grido. E d’altra parte si può supporre che gli anglosassoni ci siano arrivati per primi grazie anche al fatto che un aiutino per loro era già nel nome: show.

Presumo però che il business renderà meno appetibili gli agognati inviti. Immaginate la Wintour attorniata da una folla di fan paganti e così poco professionali..

 

Al Louvre non espongono borsette 2.

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Brutto.

Il mio ultimo articolo sull’artigianato ha fatto nascere (fortunatamente) alcune discussioni, qualche polemica e molto interesse. Di questo sono grata a tutti quelli che hanno dedicato un po’ del loro tempo a leggermi.

Una delle discussioni più accese verteva sulla classica dicotomia artigiano/artista, nonostante io non avessi mai menzionato la parola arte nell’articolo (artigianato artistico non vale, e sarebbe troppo lungo, forse inutile da spiegare).

Sull’argomento in questione ho già scritto.

Ma tanto per fare di nuovo e subito chiarezza, degli stilisti che si sentono però anche artisti io ne ho le tasche piene. Anche di quelli che guardando l’ennesima prova di perizia tecnica, esclamano estasiati: -Un vero artista!-.

Si, va bene, qualcuno mi dirà che può essere un modo di dire, ma io non ne sono poi così convinta. La confusione è diventata una tale abitudine, che per ogni termine usato spunta subito qualcuno a ricordarti il suo punto di vista in proposito, o meglio, la sua interpretazione.

Allora ribadisco il mio punto di vista. Che è parziale, soggettivo, non assoluto*, confutabile e anche detestabile. Per me la moda non è arte.

Ecco, ora aspetto rappresaglie sotto forma di distinguo ed eccezioni, oltre a qualche commento stizzito che mi ricorda: -Chi sei tu per deciderlo?- *(Pregasi ritornare al paragrafo precedente).

Dirò di più, quando un mio collega annunciava pomposamente di volersi dedicare anche a lavori artistici, il più delle volte si rivelavano opere scadenti che nascondevano la frustrazione di non riuscire a produrre design convincente. E l’asino cascava immancabilmente quando al tuo appunto sull’irrazionalità di quel capo, ti veniva prontamente risposto: -Si, ma è voluto: è artistico.-. Eppure basterebbe non dimenticare MAI che gli abiti sono macchine per vestire.

Forse l’arte, come la beneficienza, in alcuni casi andrebbe fatta in silenzio, per pura necessità personale, lasciando poi ai posteri (o anche solo agli occasionali osservatori) la decisione se si tratti o meno di una espressione veramente artistica.

D’altra parte la professione di designer richiede già un così grande dispendio di tempo e di energie, che mi chiedo davvero come facciate a dedicarvi anche a un impegno così totalizzante come è l’arte. O forse siete dei geni.

Di questa tempra, nella storia, io ne conosco uno solo. Uno che riusciva ad inventare macchine così complesse e visionarie, oltre che tecnicamente e scientificamente accurate da avere anticipato, e di molto, i tempi. E contemporaneamente ci ha lasciato un’arte che non ammette discussioni se sia o meno arte.

Leonardo da Vinci.

 

(Immagine di Christophe Coppens)

P.s. Le eccezioni sono sempre possibili.

Investire in un abito.

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Bello.

Bisognerà ripensare al concetto di slow fashion, visto non più dalla parte di ideatori e produttori, quanto piuttosto da quella dei consumatori. Che poi è molto più rilevante dato che ne facciamo parte tutti.

Un consumo avveduto è quello che a parole vanno auspicando in molti, in realtà molti di più preferirebbero tutt’altro. Ciechi anche davanti all’evidenza che dimostra che c’è un punto oltre il quale non è possibile andare. In questi casi la storia dimostra che è necessario fare un passo indietro per non andare a sbattere il naso.

Chi considera ancora un capo di abbigliamento come un investimento?

Basta entrare in uno dei punti vendita di una qualsiasi catena low cost, in un outlet, o anche in un supermercato o mercato rionale, per rendersi conto di quanto poco si investa in un abito o accessorio. Poco tempo, poco denaro, poca cura nei materiali e nella confezione, poco desiderio (da soddisfare al più presto, magari con un solo clic) e quindi anche poca gratificazione.

Poco anche il tempo di utilizzo, per ragioni di usura sia fisica ( vista la scarsa qualità) che mentale (il tempo di avvistare un nuovo oggetto del desiderio) . Siamo diventati consumatori perennemente intenti a masticare e poi sputare, senza nemmeno darci il tempo di digerire. E quindi perennemente insoddisfatti.

Ci sono state generazioni precedenti di consumatori per cui la scelta dei capi da acquistare o da far confezionare era motivo di accurata riflessione e non solo per questioni economiche. Un abito doveva soddisfare esigenze diverse, tutte importanti: andava a sostituire ciò che non era più adeguato o mettibile, appagava un sentimento di vanità, corrispondeva ad uno status sociale.

Oggi chi mai può essere sicuro di identificare una persona attraverso i suoi abiti? Certo gli abiti potranno parlarci di gusti personali, ma probabilmente non ci racconteranno nulla o quasi degli ambienti che frequenta, del suo ruolo sociale. A teatro troveremo persone vestite in jeans e al supermercato signore in tacchi a spillo.

Non sono contraria a questo tipo di trasversalità, che ci ha permesso una fantastica libertà di sperimentazione, ma certo non posso negare che in tutto questo si sia perso di vista il ruolo che ogni singolo capo rivestiva all’interno di un vero e proprio vocabolario stilistico. Da qui alla svalutazione dell’idea di investire tempo e risorse nella scelta degli abiti il passo è breve. In fondo un abito vale l’altro, ma anziché rendere così il guardaroba più snello, il risultato è stato quello di creare confusione. Nel dubbio la maggior parte dei consumatori ha preferito abbondare.

Io trovo che ripensare alla questione sia utile e anche salutare. Vi rimando ad un articolo che avevo scritto tempo fa, relativo ad una pratica che a me è servita e che forse rende la questione della scelta più semplice.

Oggi, davanti ad ogni acquisto mi faccio le fatidiche tre domande:

  1. Mi serve davvero?
  2. Lo metterò tra (minimo) 3 anni?
  3. Sono disposta a sacrificare qualcosa che ho già per fargli posto?

Se anche solo una delle risposte è -no- allora non vale la pena.

Utopian Fashion.

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Bello.

Le immagini si riferiscono a Utopian Bodies: Fashion Looks Forward, visitabile a Stoccolma al Liljevalchs Konsthall fino al 7 Febbraio 2016.

Quello che lascia stupefatti e contemporaneamente amareggiati, confrontando questa esposizione rispetto a quelle viste in Italia, è l’altissima qualità dell’allestimento: “Per creare atmosfere diverse sono stati creati manichini ad hoc (Proportion London) e più di 30 acconciature diverse (Charlie Le Mindu, Perry Patraszewski). Sono stati utilizzati filmati, effetti luminosi, texture per amplificare l’idea che sta dietro ad alcuni dei più complessi oggetti in mostra, ed anche per catturare la musica, il movimento e l’attitudine che nella moda sono così importanti”.

Queste le parole di uno dei curatori. Per il resto, le immagini parlano da sole.

Il cinismo è la nostra malattia.

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Brutto.

Quello di giornalisti e commentatori che si permettono di criticare il sistema solo quando il vaso di Pandora è stato oramai scoperchiato. Quello degli ex-qualcosa-nella-moda che sparano a zero con quella punta di stizza (e perfidia) tipica di chi si è sentito espulso.

Il cinismo di esperti di tendenze e gossip, che usano come metro di giudizio i fatturati di questo o quell’altro marchio, come se la bellezza si potesse misurare in soldoni.

E poi il nostro cinismo, noi che non ci stupiamo affatto: è il business baby, e il business, si sa, non deve chiedere permesso.

Ma gli effetti collaterali? Eccoli lì, quelli considerati inevitabili cambiamenti, evoluzioni del sistema, piccole rivoluzioni(?)

Io dico che finalmente c’è qualcuno che dice di NO: Frida Giannini da Gucci (resto convinta che sia lei ad aver lasciato), Raf Simons da Dior, Alber Elbaz da Lanvin. Lasciare può essere la soluzione migliore.

Ciononostante ancora tutti a dire che è semplicemente il nuovo che avanza; qualcuno sembra addirittura divertirsi un mondo giocando al toto-designer. Poveracci.

Ma credo che il peggio non sia ancora arrivato. Perdiamo i maestri e persino i volenterosi e schivi allievi e guadagniamo gli aggiustatori di tessuti, i paladini del revival, le inossidabili facce da cool. Quelli convinti che stile e styling siano la stessa cosa.

Lo so, oggi vanno per la maggiore, osannati da stampa e social. sono i Grandi Cinici.

Il guaio è che forse hanno persino ragione loro, perché il cuore del sistema somiglia sempre più a un buco nero.

Volevo i pantaloni - Una storia di reale avanguardia.

trousers 1851USA, 1851

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trousers 19051905

trousers 1910USA, 1910

trousers 1026-27Callot Soeurs, 1926-27

Bello.

Ma la vera pioniera in fatto di pantaloni fu l’americana Amelia Bloomer (da cui prese il nome quel modello tanto utilizzato dalle prime signore in bicicletta). Sulla rivista che dirigeva, The Lily, perorò la causa di un abbigliamento più comodo e consono alle esigenze di movimento delle donne, provando ad infrangere un tabù fortissimo. Troppo presto, visto lo scandalo che provocò, indossando lei per prima i pantaloni.

circa 1855:  Rebecca Isaacs, singer of the lovely song 'I Want To Be A Bloomer', wearing bloomers, loose trousers gathered at the knee or ankle, a fashion started by Amelia Bloomer, an American magazine editor.  (Photo by Rischgitz/Getty Images)

Lo scandalo dall’America arrivò fino all’Europa, tanto che lei fu costretta infine a ritornare alle vecchie, scomodissime gonne lunghe. Ma la storia non si fermò di certo. Piano piano quel seme di indipendenza è arrivato fino a noi, che indossiamo con noncuranza i pantaloni, senza soffermarci a riflettere quanta storia e coraggio ci siano voluti per permetterci questa normalità.

Quei dinosauri della moda.

gay 1 Brutto?

Una delle ultime interviste a Giorgio Armani ha destato l’interesse del web, mettendo in contrapposizione schiere di detrattori e seguaci di quel grande sconosciuto che circola sotto il nome di buon gusto.

In sintesi il Sunday Times ha pubblicato il pensiero di Armani a proposito di molti omosessuali che commettono l’errore di “vestirsi da gay” e l’opportunità, a suo dire, che “un uomo si vesta da uomo”.

Le esternazioni di Armani a me non paiono né offensive, né tantomeno particolarmente illuminanti, piuttosto mi sembrano fuori dal tempo. Il tempo che, per un creativo che si occupi di costume, è fondamentale sia quello presente, se non addirittura quello futuro.

Credo che Armani abbia inteso riferirsi a quella schiera di designer che hanno fatto del no-gender la propria bandiera di stile ( e l’ultimo Gucci ne è solo l’esempio più visibile e nemmeno il più interessante). Capisco il suo scarso entusiasmo per la tendenza, ma proprio il tempo in cui si smette di osservare e analizzare con curiosità e apertura il presente, quello in cui il giudizio prende il posto dell’interesse, quello è per me il tempo in cui si finisce fuori dal tempo. In parole povere è quando si diventa vecchi.

Le sue parole mi ricordano quelle di molti vecchi che iniziano i loro discorsi con la fatidica frase “Ai miei tempi..” Frase che fa immancabilmente stizzire giovani di ogni generazione, giustamente impegnati a vivere e godere il proprio tempo.

C’è un momento per lasciare, e credo sia proprio quello in cui la contemporaneità ci sfugge e ci appare come un nemico (ho già scritto di questo momento e di grandi di nome e di fatto che l’hanno saputo cogliere). Capisco che sia spiacevole e desti nostalgia riconoscere di non essere più in grado di incidere nel presente, d’altra parte Armani ha però ricevuto riconoscimenti e gratificazioni che basterebbero per più vite e questo non a tutti è concesso.

Non è detto, poi, che lasciare voglia dire necessariamente ritirarsi. Piuttosto potrebbe voler dire approfittare della propria esperienza per trasmettere conoscenze.

E per dosare parole e presenza.